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Pensioni al 10 del mese, il governo sa chi colpire…

Martedì, 21 Ottobre 2014 12:34

Pensioni al 10 del mese, il governo sa chi colpire...

 

La fortuna è cieca, ma il governo ci vede benissimo…

La legge di stabilità presentata all’esame della Commissione Ue prevede una norma che non si capisce quale utilità per i conti pubblici possa avere: le pensioni pagate dall’Inps verranno pagate il 10 di ogni mese, anziché il primo, come avviene ora.

Dal punto di vista dei conti pubblici non cambia nulla (tranne il primo mese in cui la norma entrerà in vigore), perché l’esborso complessivo sarà identico. Per i pensionati, però, cambia molto. Naturalmente in peggio.

E’ noto a chiunque abbia sottoscritto un mutuo o un pagamento a rate che tra i tanti codicilli c’è l’impegno a pagare le rate in una certa data, quasi sempre all’inizio del mese (le banche e le finanziarie concedono prestiti anche agli anziani, ma preferiscono incassare il prima possibile, prima che i soldi della pensione finiscano o il pensionato passi a miglior vita).

Quindi sorge immediatamente un problema per alcuni milioni di pensionati indebitati: come fare per mettere da parte i soldi necessari a pagare le rate quel mese in cui, per la prima volta, la pensione arriverà in ritardo?

Il governo si giustifica con una necessità di razionalizzazione nel lavoro dell’Inps: “La nuova scadenza deriva dalla volontà di uniformare i pagamenti effettuati dall’istituto, che avendo assorbito l’Inpdap ora eroga le pensioni anche agli ex dipendenti pubblici. Per questi ultimi la data del pagamento era già fissata al dieci, che ora quindi diventa quella da applicare a tutti: non solo i titolari di trattamenti previdenziali, ma anche pensioni di indennità civile e le relative indennità, oppure le rendite vitalizie dell’Inail”. Tra gli altri obiettivi anche la riduzione delle code alla posta, ma dubbitiamo abbia un’efficacia reale.

Più logica – anche se decisamente tardiva – la misura che impone al medico che certifica la morte di comunicare entro 48 all’anagrafe l’avvenuto decesso. Parecchi familiari dotati di delega, recitano le cronache, ritardavano per mesi o anni la comunicazione, arrivando in alcuni casi ad “occultare il cadavere” pur di continuare a percepire indebitamente l’assegno destinato al “caro estinto”.

Ma l’intenzione di “dar fastidio” ai pensionati è confermata da una terza norma: dal 2015 scatta la riduzione di 150 milioni dei fondi destinati ai patronati, strutture che prestano assistenza ai pensionati nei loro rapporti con l’istituto previdenziale. In teoria perché molte delle informazioni e delle pratiche potranno essere smaltite online (ma la percentuale di anziani in grado di usare autonomamente le comunicazioni telematiche è molto bassa, anche se in progressivo aumento); in pratica per tagliare i viveri ai sindacati, ovvero alle strutture che hanno istituito la stragrande maggioranza dei patronati in attività.

Ci vede, il governo, eccome…

BEPPE IL LEGHISTA

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Niente da fare. Continua a
zoppicare nella materia
più importante per misurare
il tasso di democrazia non di un
movimento ma della società stessa.
Il tema è l’immigrazione. Forse
non lo è per lui, visto che si è sempre
applicato poco, confusamente
e male, ma sicuramente lo è per
buona parte del suo elettorato gli
ha consegnato milioni di voti. Per
questo bisognerebbe accompagnarlo,
farlo ragionare, insegnargli
a dosare le parole. Il leader dice ancora
«clandestino», come se in natura
esistessero i clandestini e non
esseri umani migranti che tecnicamente
non possono non essere
«clandestini» visto che non c’è modo
di sbarcare da «regolari» in Europa.
E poi fa ancora confusione
con i profughi che invece sono
buoni perché scappano dalla guerra,
come se non fossero «clandestini
» anche loro – mica sbarcano
con il permesso. Cose elementariper
chi sogna di governare. Chi
glielo dice a Beppe? Di Maio?
Solo con un corso accelerato il
capo (quasi) indiscusso del Cinque
Stelle potrebbe non fare danni al
suo movimento ogni qualvolta
apre bocca sul tema che paralizza
la sinistra e galvanizza la nuova destra
di Matteo Salvini. Così il suo
movimento è destinato ad andare
in pezzi. A meno che Grillo non
pensi di fare a gara con il campione
leghista del razzismo nostrano.
Deve essere proprio così. Grillo
forse si è fatto impressionare dalla
performance della nuova Lega a
Milano, davanti a migliaia di persone
che saltellavano sul motivetto
«chi non salta clandestino è». Non
si spiegano altrimenti le poche righe
– titolo «Qualcosa è cambiato»
– con cui ha dato sfogo al suo comizio
in stile Borghezio. La linea dovrebbe
essere questa: «clandestini
a casa» (il copyright ha una ventina
d’anni) e visite mediche per tutti
perché c’è il virus Ebola (il copyright
in questo caso ha circa 665 anni).
Dice Beppe che l’Isis produrrà
flussi migratori «incredibili» e che
negli ultimi mesi sono arrivate 100
mila persone (dimentica che la
stragrande maggioranza dei profughi
era diretta al nord Europa). Per
non parlare di Ebola, «sta penetrando
in Europa». Quindi, è arrivato
il momento di «affrontare l’emigrazione
come un problema da risolvere
e non come un tabù». Ecco
la ricetta: «Chi entra in Italia con i
barconi è un perfetto sconosciuto:
deve essere identificato immediatamente,
i profughi vanno accolti,
gli altri, i cosiddetti clandestini, rispediti
da dove venivano». Chi gli
notare che il «ragionamento» (oltre
che razzista) non sta in piedi?
Se Grillo tira in ballo l’Isis, è del
tutto evidente che si tratterebbe di
persone che scappano dalle guerre,
dunque proprio profughi, quelli
che dice di voler accogliere. Dunque?
E poi, anche loro sarebbero
tecnicamente «clandestini». Che
cosa ha in testa il capo? Ancora più
sgradevole, se possibile, l’affondo
sulle presunte malattie veicolate
dagli stranieri. Dice: «Chi entra in
Italia ora deve essere sottoposto a
una visita medica obbligatoria all’ingresso
per tutelare la sua salute
e quelle degli italiani che dovessero
venirne a contatto». Vengono in
mente le immagini di Lampedusa,
con gli immigrati (profughi o «clandestini
»?) denudati e disinfettati come
cani con uno spruzzo di acqua
gelida. Ricorderà anche Beppe Grillo,
che sicuramente avrà in mente
un altro tipo di profilassi.
Rimane un’ultima speranza per
i milioni di elettori non razzisti che
ripomgono fiducia nel M5S. Che la
deriva xenofoba di questo post sia
solo il sintomo, bruttissimo, di una
tensione fuori controllo. Nelle ultime
ore ne hanno fatto le spese i
quattro contestatori del Circo Massimo
che sono stati espulsi per via
della loro performance contestatrice
fuori programma. E fioccheranno
polemiche velenose. E poche
ore prima, il cartellino rosso era
stato sventolato al sindaco di Comacchio
Marco Fabbri.
Ma se così fosse, forse non è un
caso se anche Beppe Grillo per riprendere
fiato e consensi non riesce
ad escogitare altro che un attacco
sconsiderato contro gli ultimi
della terra. Come se non bastassero
le parate fascio leghiste e le conseguenti
politiche del governo Renzi-
Alfano, che senza sollevare un
moto di indignazione cancellano
Mare Nostrum e insieme le vite di
migliaia di persone. Annegheranno.
E dire che il numero uno dei
penta stellati andava dicendo
«non uno deve restare indietro».

Luca Fazio – Il Manifesto 21.ottobre.2014

GRILLO™ FOR DUMMIES

di Giuliano Santoro DinamoPress

Grillo™ for Dummies

 

Grillo™ for Dummies [IT]

L’Italia ha sempre partorito anomalie che poi, in modi diversi, hanno finito per contagiare altri paesi. Da qualche anno a questa parte, nel contesto della crisi economica e del deperimento della rappresentanza politica, da queste parti ha preso piede un partito carismatico retto da un comico-leader, che utilizza la rete e alcuni linguaggi dei movimenti sociali per fare breccia in ampi strati di elettorato delusi dai partiti tradizionali e abbandonati alla solitudine dal neoliberismo. È un fenomeno complesso che non vogliamo liquidare con uno slogan. In compenso, ecco alcuni motivi per diffidare di Beppe Grillo e del suo “Movimento 5 Stelle”.

1. La proprietà del marchio.

Il Movimento 5 Stelle (M5S) è stato fondato il 4 ottobre 2009 dal comico Beppe Grillo e dall’imprenditore ed esperto di web-marketing Gianroberto Casaleggio. Quattro anni prima, sulla scorta del successo ottenuto dagli spettacoli di Grillo, erano nati i forum locali de “Gli Amici di Beppe Grillo”, che si appoggiano sulla piattaforma a pagamento MeetUp. Il funzionamento del M5S è disciplinato da un regolamento che è stato scritto da Grillo e Casaleggio, il cosiddetto “Non Statuto”. All’articolo 3 del “Non Statuto” si stabilisce chiaramente la natura proprietaria dell’organizzazione: “Il nome del Movimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso”.

2. La mancanza di democrazia.

Dalla natura proprietaria del marchio dell’organizzazione deriva la struttura autoritaria del M5S. Nel corso degli anni questa si è manifestata in due modi. Da una parte, Grillo e Casaleggio hanno lavorato per fare in modo che il sito www.beppegrillo.it fosse l’unico organo di comunicazione e organizzazione del Movimento. Un organo che permette di intervenire ai lettori soltanto scrivendo dei commenti in calce ai post, come ogni normale sito di informazione mainstream. Il “Non Statuto” prima e alcune regole stabilite da Grillo poi hanno stabilito che è vietato aprire sedi sul territorio, costruire strutture di comunicazione autonome, partecipare a trasmissioni televisive. Dall’altra, i proprietari del marchio hanno sempre impedito che si tenessero riunioni nazionali del Movimento. Chi ha provato a organizzare assemblee che mettessero in relazione più territori e ponessero la questione dell’organizzazione, è stato espulso. L’espulsione viene decisa esclusivamente da Grillo e dal suo “staff” (che non si sa da chi è composto) e consiste nel divieto di usare il logo, nella più pura logica aziendalista. Chi è stato epurato ha raccontato di aver ricevuto una diffida legale, con la quale si viene diffidati dall’utilizzare il brand del M5S, essendo questo di proprietà di Beppe Grillo.

3. La Rete utilizzata come se fosse la televisione.

Arrivati a questo punto, qualcuno si starà chiedendo come sia possibile che tanto autoritarismo venga scambiato come “democrazia diretta” o “democrazia liquida”. Per comprenderlo, bisogna calare il Movimento 5 Stelle nel contesto sociale e mediatico italiano. Beppe Grillo è un personaggio che è diventato famoso partecipando ai programmi televisivi mainstream del sabato sera. Ha anche girato una serie di spot pubblicitari. Poi, nel 1986, quando aveva raggiunto il massimo della fama e il Partito Socialista lo attaccò duramente per una battuta polemica nei confronti del suo segretario Bettino Craxi, Grillo ha smesso di comparire con regolarità in televisione e ha cominciato a girare l’Italia con uno spettacolo teatrale. Per tutti gli anni Novanta, Grillo è rimasto al centro dell’attenzione degli italiani grazie ad un sapiente gioco di sponda con alcuni programmi televisivi (in primis con “Striscia La Notizia”, il telegiornale comico inventato da Antonio Ricci – il primo autore di Grillo – che va in onda ogni sera su Canale 5, la rete di Silvio Berlusconi). Poi, nel 2004, ha incontrato Gianroberto Casaleggio e ha scoperto il web. È entrato in rete riproducendo gli schemi verticali televisivi e utilizzando le piattaforme di video on demand . Con Grillo, la televisione colonizza Internet. Con lui, milioni di nuovi utenti della rete conoscono un’alfabetizzazione informatica acritica e ideologica. L’egemonia della televisione, che aveva caratterizzato il ventennio breve berlusconiano, trasloca nel Web 2.0. La rete viene trasformata in un’enorme macchina per costruire consenso e conformismo, invece di essere utilizzata per favorire la partecipazione e l’interazione orizzontale tra diversi soggetti.

4. Il liberismo.

Alla radice dell’utilizzo della rete di Grillo c’è una visione profondamente liberista: secondo il comico-leader in rete si costituirebbero le condizioni per la perfetta concorrenza tra le idee, per la migliore allocazione delle risorse e la giusta distribuzione della ricchezza, l’emersione delle “competenze” e il riconoscimento del “merito”. Tutto ciò, per di più, secondo l’ideologia coniata da Casaleggio, dovrebbe avvenire automaticamente senza conflitti sociali o rapporti di forza. È quello che Wu Ming 1, in un articolo scritto nel settembre del 2011, ha inserito in un più ampio scenario e definito “feticismo digitale” (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241).

5. Il primato delle elezioni.

Grillo ha investito il suo capitale di notorietà, accumulato in televisione, sulla Rete. La forza della rappresentazione è in grado di riempire il vuoto della rappresentanza politica. L’ennesima anomalia è rappresentata dal fatto che il Movimento ha cominciato col volere andare “oltre la rappresentanza”, ma ha finito per legittimare la delega, il meccanismo elettorale, la fiducia nel voto come unico strumento per cambiare le cose. Se si seguono le attività e le discussioni del M5S, ci si accorge che al suo interno tutto ruota ormai quasi esclusivamente attorno ai temi del voto e delle campagne elettorali. Per quelli del M5s, non si tratta di cambiare un sistema che non funziona, ma di sostituire i governanti con i “cittadini”, i politici di professione con “persone comuni”.

6. “Né di destra né di sinistra”.

All’inizio, al di là delle modalità organizzative e dello stile della comunicazione, il M5S era animato da temi prevalentemente “di sinistra” come l’ecologia, la partecipazione dei cittadini, il consumo critico, la lotta agli abusi del ceto politico. Spesso, poi, gli attivisti utilizzavano simboli e parole utilizzate anche dai movimenti globali, come la maschera di Anonymous, le bandiere contro la Tav in Val di Susa o le immagini delle piazze della “Primavera Araba” o le acampadas nello Stato spagnolo. Tuttavia, il M5S si è sempre definito “Né di destra, né di sinistra”. Non è un modo per prendere le distanze dai partiti maggiori, unificati dalla sostanziale adesione alle politiche dell’austerity. Le analisi del voto a Beppe Grillo dimostrano che il M5S ha ottenuto il suo primo boom elettorale nella primavera del 2012 raccogliendo i voti degli elettori di destra delusi dal partito-azienda di Berlusconi e dalla secessione xenofoba della Lega Nord. Ciò avviene perché, in nome della rappresentanza di “tutti i cittadini” il M5S sposa anche temi tradizionalmente di destra come la diffidenza verso gli immigrati, il rifiuto della cittadinanza ai migranti di seconda generazione, la richiesta del ripristino della “sovranità nazionale”, la generica protesta contro le “tasse” e la spesa pubblica. In rete circolano le immagini di un dialogo tra un candidato di CasaPound, formazione neofascista, e Beppe Grillo. “Quelli di CasaPound vogliono sapere se sei antifascista”, dice il militante di estrema destra. “Questo è un problema che non mi compete”, risponde Grillo. Le questioni “importanti” sono altre, dice il socio di Casaleggio, tanto che uno di CasaPound potrebbe anche entrare nel suo “Movimento”. Non ci sarebbero problemi: “Voi siete qua come noi”.

 

Vedi anche, su Giap: Un #Grillo qualunque – WM2 intervista Giuliano Santoro

Giuliano Santoro è autore di Un Grillo Qualunque. Il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani (Castelvecchi, ed. aggiornata 2013).

80euroneomamme

Consigli dopo gli annunci

Donne, non pensate troppo al bonus

di Elisabetta Ambrosi – Il Fatto 21.ottobre.2014

Avviso a tutte le donne incinte o
a quelle che sono ancora fertili
e forse pensano di fare un figlio. Sospendete
l’uso della ragione, accantonatelo
fino a data (politico-culturale)
da destinarsi. Lo so che è duro,
visto che la donna è un essere
pensante, ma non c’è altra strada,
pena l’uscita di senno. Se, ad esempio,
domenica sera vi foste messe
davanti al televisore ad ascoltare
l’annuncio di Renzi
degli 80 euro per le
mamme cercando di
porvi domande sensate
– come arriveranno
i soldi? Se aspetto due
gemelli il bonus sarà
doppio? – di certo la
vostra mente ne sarebbe
uscita turbata, come
quella di certi teologi
medioevali che cercavano di comprendere
un assoluto, ab-solutus,
sciolto da tutto, attraverso l’i n t e lletto
(con l’aggravante che qui l’a ssoluto
è televisivo). Usando la ragione,
infatti, vi sareste chieste come
mai Renzi ha detto che il bonus
sarebbe andato a tutte le mamme,
per poi aggiungere “e anche ai papà”,
per poi aggiungere e anche “ai
nonni, perché tanto pagano loro”,
per poi aggiungere “ai bambini, il
che dimostra che non è uno spot
elettorale”.
USANDO LA RAGIONE avre -
ste subito cercato di capire se i
soldi che andranno a finanziare
il fantomatico bonus sono
gli stessi che avrebbero dovuto
finanziare i famosi mille asili
nido in mille giorni, oppure
l’altrettanto sbandierato quoziente
familiare previsto dal
Jobs Act. Usando la ragione, vi sareste
anche un po’ inferocite a pensare
con quanta malafede si stesse
presentando il bonus, quasi che con
quest’uscita si fosse risolto l’immen -
so problema della conciliazione tra
lavoro e figli. E sempre usando la
ragione vi sareste trovate nel tragico
paradosso di essere d’accordo con
Matteo Salvini, che ha definito la
nuova promessa una presa per i fondelli,
visto che in Francia il bonus lo
danno per le spese vive di un neonato,
salvo poi aggiungerci generosi
assegni mensili e nidi gratis. Usando
la ragione, ancora, sareste arrivate
alla stessa conclusione cui è arrivata
Giulia Bongiorno nell’intervista rilasciata
ieri al Secolo XIX: e cioè che
Renzi ha una visione delle donne, e
delle madri, preistorica e pure mussoliniana
e che se proprio volesse
fare qualcosa dovrebbe ricominciare
a ripristinare il ministero delle Pari
Opportunità. A usare la ragione, vi
sareste anche intristite a pensare a
come le mamme tornano buone
quando bisogna attaccare l’articolo
18 – magari dicendo che “l’obiettivo
è la mamma che non ha la maternità”
– o quando fa comodo usare i
soliti stereotipi (come quando a
marzo Renzi disse che “le mamme
sono brave il doppio”). Ma soprattutto,
sempre usando la ragione, vi
sareste definitivamente incupite a
pensare come siamo finiti dalla cultura
dei diritti, e delle politiche familiari,
all’abisso della (non) cultura
del bonus, “la carità mentre si taglia
lo stato sociale, l’elemosina al posto
di giustizia ed eguaglianza”, come ha
scritto un illuminato commentatore
sul web. Se volete fare un figlio, dunque
la ragione accantonatela. E non
ce la fate, perché appunto siete donne
pensanti, beh allora sono veramente
guai.

SOTTO IL CAZZARO NIENTE

Pubblicato il 19 ottobre 2014 · in CarmillaonLine Schegge taglienti ·

Bullshit_Detectordi Alessandra Daniele

Fango. Macerie. Gente incazzata. Genova in questi giorni non è certo il genere di scenario nel quale a Renzi piaccia essere fotografato. Perciò se n’è tenuto alla larga il più possibile.
Il neopremier ha bisogno di fondali glamour, luccicanti, patinati, da spot. Eleganti vertici internazionali fra stucchi dorati e bandiere multicolori. Bagni di folla festante in assolate piazze turistiche. Talk show USA. Varietà Mediaset.
Matteo Renzi è solo immagine, un’immagine talmente vuota da prendere il colore dello sfondo sul quale viene proiettata. Come la cravatta di Felice Caccamo.
Anche tutta la sua presunta personalità è un’illusione ottica, una ribollita di caratteristiche altrui: la fuffa di Veltroni, l’arroganza di Craxi, la doppiezza di D’Alema, la megalomania truffaldina di Berlusconi.
Il presunto uomo nuovo, ultima risorsa della classe dirigente italiana, è in realtà un pupazzo fatto coi calzini vecchi dei suoi peggiori predecessori. Riverniciato da conduttore Mediaset, e caricato a slogan.
“Il lavoro non è un diritto, è un dovere” ha detto commentando il Jobs Act, come al solito in maniche di camicia da figlio di papà sempre in vacanza. Sarà la magistratura a stabilire se il padre di Renzi sia davvero colpevole di bancarotta fraudolenta, sul piano della politica invece la bancarotta fraudoferma del figlio è ormai evidente: dietro la cortina di retorica decisionista, sotto lo zang tumb tumb retrofuturista della velocità simulata, questo parlamento, questo governo sono in realtà i più inutili e improduttivi della storia della repubblica.
L’elezione dei giudici della Consulta è al ventesimo tentativo fallito. Tutti i candidati sono stati bruciati, ormai si vota per spregio, Pietro Grasso come Peppa Pig.
E il fatto che siano irrealizzate e perlopiù irrealizzabili è la cosa migliore che si possa dire delle annunciate Riforme Strutturali.
Anche il famigerato Jobs Act finora non è che una delega in bianco. Un assegno a vuoto, come la cazzata della settimana: il promesso taglio delle tasse che dovrebbe favorire le imprese a spese delle regioni, in particolare della sanità, e che finirà per produrre l’ennesima raffica di rincari, sempre che non venga bocciato dai nostri tutori europei, che hanno ancora l’ultima parola sull’argomento, esattamente come per i precedenti governi Monti e Letta.
La cazzata della settimana prossima è il reboot del berlusconiano Bonus Bebè.
Se non altro i tagli alla sanità sarebbero una risposta ottimistica all’allarme Ebola.
In effetti non è tanto dell’eventuale pandemia di Ebola che dovremmo preoccuparci, quanto dell’evidente epidemia d’encefalite spongiforme già in corso in Italia. L’unica cosa in grado di spiegare perché apparentemente così tanti italiani credano ancora alle cazzate di Renzi.

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A spasso tra le contraddizioni nel vicolo cieco di Torpignattara

Via Pavoni, un mese dopo l’omicidio del 28enne pachistano Muhammad Shahzad

A un mese dall’omicidio del ventottenne
pakistano Muhammad Shahzad
Khan torniamo sul luogo del delitto,
in via Ludovico Pavoni, nel quartiere di Torpignattara,
a Roma. Quando imbocchi questa
parallela a via dell’Acqua Bullicante, resa
un po’ più claustrofobica delle altre strade
del quartiere dal suo essere vicolo cieco, ti lasci
alle spalle le fermate in attesa di inaugurazione
della linea C della metropolitana, e, subito
prima, largo Perestrello, che è lo spiazzo
mattonato dove gli amici del diciassettenne
autoaccusatosi dell’assassinio del migrante,
hanno lasciato striscioni di solidarietà all’aggressore
all’indomani del tragico evento.
Uno di questi recita, vernice rossa su lenzuolo
bianco: «Contro tutti e tutti sempre con
te». Contro chi e contro che cosa? Questa è
la domanda che rischia di perdersi in un labirinto
di strade, disagio e contraddizioni.
Parole come «sicurezza» e «degrado» assumono
nuova luce, si ribaltano di segno, di
fronte alle perizie mediche e alle ricostruzioni
degli inquirenti. Subito dopo l’omicidio,
la versione dei fatti è questa: il minorenne
avrebbe colpito con un pugno il migrante dopo
che questi, ubriaco, lo avrebbe provocato
con uno sputo. Tra gli abitanti del quartiere
corre scetticismo e circola timoroso il racconto
dei pestaggi ai cittadini asiatici, bengalesi
e pakistani, che alcuni giovanissimi bulli
compiono quasi come rito d’iniziazione. Ne
parlano anche i bambini della scuola elementare
Pisacane alle maestre che cercano
di fargli elaborare l’evento. «Non è la prima
volta che picchiano qualcuno», raccontano
tra i banchi. Poi arriva l’autopsia, che conferma
che a uccidere Shahzad non è stato un
pugno: molti colpi diretti alla testa, forse sferrati
da più persone, hanno causato un’emorragia
interna. In seguito, i carabinieri arrestano
il padre del giovane aggressore. Secondo
gli inquirenti, l’uomo «avrebbe istigato il figlio
a colpire selvaggiamente la vittima, determinandolo
in tal modo ad agire, minacciando
poi alcuni testimoni dell’aggressione
affinché tenessero un comportamento reticente
». È recluso a Regina Coeli, gli viene
contestato il reato di concorso in omicidio
volontario con l’aggravante di istigazione all’omicidio
e minacce ai testimoni. Il Gip che
ne ha ordinato l’arresto scrive che l’«aggressione
a freddo» è stata compiuta con «violenza
indescrivibile».
Via Pavoni pare addormentata, non si sentono
i rumori delle strade ad alta densità di
traffico e non si parla ad alta voce del delitto.
La collocazione degli esercizi commerciali
pare smentire una divisione etnica delle consumazioni
al bancone. Sulla destra, muovendosi
verso la via Casilina, c’è un bar con biliardo
sul retro e bancone di formica che pare
uscito dall’epoca in cui i villini che contrappuntano
le palazzine erano erano baracche
da sanare. È un locale che si direbbe «italiano
», ma che è frequentato anche da migranti.
Poco più avanti, dall’altro lato della
strada, c’è un altro bar, il Babù, questo invece
gestito da indiani. Vi siedono anziani che
rifiatano con la busta della spesa. «Vedi quel
viale? – dice Alfredo, studente fuorisede, indicando
la strada che sale verso il Pigneto e i
primi accenni di movida – Sui tronchi degli
alberi infilzano le siringhe». I tossici sono soprattutto
italiani, ruotano attorno al Sert di
zona. Le loro chiacchiere, raschiate dalla droga,
si confondono spesso con le voci roche
di birra dei rumeni che consumano bottiglie
da tre quarti sul muretto.
Il modo convulso in cui è avvenuta la ricostruzione
dei fatti aiuta a ricostruire la geografia
sociale di via Pavoni. Per denunciare
l’aggressione partirono tre telefonate, quella
notte, da altrettanti appartamenti che da
queste case basse affacciano sulla strada. La
famiglia di uno dei testimoni ha dovuto traslocare
in fretta e furia, dopo minacce velate
o esplicite e pressioni di vario tipo. «Con
ogni probabilità, metteranno in vendita l’appartamento
con mutuo ancora pendente
che avevano acquistato», raccontano i loro
amici sconvolti. Il luogo del delitto, ai piedi
di una palazzina di tre piani, è tutt’ora completamente
anonimo, senza un mazzo di fiori
o una foto a memoria della vittima innocente.
Il tentativo di affrontare l’evento che
ha scosso questo quadrante multietnico, portato
avanti da veglie di preghiera, incontri
tra genitori della scuola, manifestazioni in
memoria della vittima e assemblee di quartiere
per discutere dei veri problemi, pare essersi
fermato ai confini della strada.
yotpinaPiù in là, oltre le vetrine degli annunci di
molte agenzie immobiliari, gli alimentari
asiatici con insegne come Bangla Town e le
botteghe di artigiani italiani, c’è piazza della
Marranella. È qui che hanno piazzato il loro
banchetto, con tanto di bandiere tricolori, alcuni
esponenti di destra, pare vicini a Fratelli
d’Italia, che hanno avuto il cinismo di manifestare
a pochi passi da un luogo in cui un
migrante è stato ucciso, per protestare contro
«l’immigrazione selvaggia». È finita che
decine di persone, soprattutto giovani e migranti
assieme a esponenti dei comitati, si sono
ritrovate spontaneamente dietro lo striscione
«Il vero degrado è la guerra tra poveri
» e hanno attraversato in corteo il quartiere.
«Invitiamo tutti i residenti, italiani e migranti,
a manifestare giovedì 23 novembre
prossimo fino al municipio, per rivendicare i
nostri diritti e non combatterci a vicenda»,
dicono gli antirazzisti nel tentativo di ribaltare
di segno ogni tentazione xenofoba.
Lo sbarco delle destre è stato annunciato
da una visita serale del redivivo Gianni Alemanno.
L’ex sindaco, noto da queste parti
per la disattenzione chirurgica verso il quartiere,
si è fatto fotografare di soppiatto, con il
dito puntato verso il centro culturale islamico
di via Serbelloni, definito «moschea abusiva
» e ha affidato a Twitter la sua incursione.
Verso est, oltre la via Prenestina, c’è Casalbertone.
Qui la speculazione politica delle
destre si è spinta oltre: militanti di Casapound,
freschi alleati della Lega in salsa lepenista
di Salvini, hanno anticipato i temi della
manifestazione di oggi a Milano contro l’immigrazione
presidiando l’accesso alle scuole
serali frequentate da molti migranti, raccogliendo
l’indignazione degli insegnanti. Il vicolo
cieco di via Pavoni, a Torpignattara è
dietro l’angolo. E non è solo una metafora.

Giuliano Santoro – Il Manifesto 18.ottobre.2014

La sera in cui è stato ucciso un ragazzo a Torpignattara

A fine settembre avevano manifestato, a Torpignattara. Avevano scritto su un lenzuolo “Contro tutto e tutti. Con te, Daniel”. Dicevano che era stata solo legittima difesa. Daniel è il diciassettenne che il 18 settembre aveva colpito un ragazzo pakistano di 28 anni, Muhammad Shahzad Khan. Disse che l’aveva colpito con un solo pugno. E lo aveva fatto, raccontò, perché Khan, ubriaco, gli aveva sputato in faccia. Un solo pugno, Khan era morto. E tanti amici erano pronti a testimoniare.
È passato un mese ed è venuto fuori che la storia è diversa, molto diversa. Che non è stato un pugno ma sono stati pugni e calci alla testa. Che il ragazzo pakistano non ha probabilmente sputato in faccia a nessuno. Che è stata un’aggressione a freddo, violentissima. E che dal balcone il papà del diciassettenne urlava: “Prendilo. Gonfialo. Ammazzalo”. Si era innervosito l’uomo al balcone perché il ragazzo pakistano passava sotto casa borbottando. Dava fastidio, insomma. Forse era davvero un po’ ubriaco. Comunque sia l’uomo al balcone prima l’ha insultato, poi gli ha tirato addosso due bottiglie. Quindi ha urlato al figlio minorenne che passava in bicicletta “Ammazzalo”. E il figlio l’ha fatto: l’ha ammazzato.
Poi è successo anche altro. È successo che l’uomo è sceso in strada e ha iniziato a minacciare i presenti (pare che abbia inseguito due ragazzi fino a casa sfondando il portone a calci), istruendo sulla versione da dare.
Il giorno dopo più o meno tutti i giornali riportavano la tesi del singolo pugno, del pakistano ubriaco che aveva sputato. I carabinieri non ci avevano creduto, hanno indagato, hanno sentito e risentito i testimoni. Ora è in carcere anche il papà del diciassettenne: l’accusa è concorso in omicidio volontario.
Ieri la notizia dell’arresto girava molto sui social network, i commenti si sono sprecati. Ce n’erano molti che, più o meno testualmente, dicevano: “Ogni giorno gli stranieri ammazzano italiani. Per una volta che succede il contrario…».
Forse lo pensano anche alcuni che quella sera hanno visto tutto. E c’è da chiedersi se anche qualcuno tra quelli che hanno manifestato solidarietà al diciassettenne sapeva che cosa era realmente successo. La speranza è che non sapessero. Che non sapessero delle urla del padre, degli “Ammazzalo”, dei calci e pugni in testa. È una speranza, con tanti dubbi.
Stefano Nazzi Post.it 16 ottobre 2014
TAG: Muhammad Shahzad Khan, razzismo, roma, Torpignattara

andazzo2

Il grande successo del raduno voluto da Salvini chiama in causa la sinistra che non c’è. Centri sociali e studenti sfilano soli contro la destra

Questo disagio cos’è? Difficile
da spiegare. Forse la sensazione
fisica di essere stati letteralmente
cancellati dalla storia.
Proprio qui, in piazza Duomo. La
«nostra», dicevamo fino a ieri. Doveva
succedere. Era nell’aria e adesso
si sprecheranno le analisi.Oforse faremo
finta di niente. Ma dove cazzo
eravamo? Già. Troppo tardi ormai.
In Italia c’è un nuovo partito anti sistema
di massa. Il suo leader è abile,
furbetto. Il partito è di destra. Di
estrema destra. Prima o poi farà il
pieno di voti. Moderno. Forte, radicato
nel territorio, popolare, interclassista,
pieno di vecchi e di giovani
disposti a mettersi in gioco. Sono orgogliosi
di esserci, brutti per il nostro
strabico punto di vista. Ma è il
«popolo», lo chiamavamo così.
Eccolo qua. Non sono più sfigati,
sono minacciosi, non parlano solo
bergamasco o bresciano, vengono
dal sud Italia, dalle Marche, dalla Calabria.
Fascisti, veri. Perché il primo
partito di massa in Italia è un partito
a vocazione nazionalista, «da Trento
a Palermo» come dice il capo supremo
– sembra il fratello gemello dell’altro
Matteo. Poi lungo il corteo
qualche simpaticone vaneggia ancora
di secessione, ma quella è storia
vecchia, il borbottare di Bossi che fa
pena quando biascica dal palco.
La confusione è tanta sotto anche
il cielo leghista, ma il messaggio è
forte e chiaro e garantisce agibilità
per tutti. Sono razzisti, cantano le
canzoncine contro i «clandestini», ridono,
e funziona. Paciocconi e picchiatori
stanno facendo un pezzo di
strada insieme. Sono giustamente
contro l’Europa delle banche e contro
l’austerity che affama i cittadini
(anche loro, solo che la sinistra in un
solo anno è riuscita a perdere per
strada un milione di voti con la Lista
Tsipras). Come mai? Problemi di credibilità?
Forse abbiamo urgentemente
bisogno di un altro Matteo tutto
nostro? L’argomento è spinoso, e
non è ancora cominciata l’analisi. Bisogna
riconoscerlo. Salvini ha vinto.
E dopo questa giornata forse bisognerebbe
smetterla di raccontarsi la
storiella edificante di Milano città
medaglia d’oro della Resistenza. Se
così fosse non sarebbe successo.
Mai vista una piazza del Duomo
così. Se vogliamo rimanere sul simbolico,
che tanto simbolico non è,
proprio in questa città, guardiamo
l’ultimo spezzone di corteo che entra
in piazza. Fissiamolo negli occhi.
andazzo1I vecchi cantano le loro canzoni con
un filo di voce, sono commossi. Lo
sguardo perso. Alle vecchie vedove
non pare vero, si commuovono anche:
piazza Duomo, piazza Duomo,
«ma allora è vero». Sì. I giovani sfilano
dietro le insegne di Casa Pound,
il servizio d’ordine è rigoroso, simpatico,
hanno vinto, sono allegri: sono
fascisti giovani, loro hanno sofferto
meno, arrivano da tutta Italia (Lazio,
Calabria, Marche, Piemonte, Abruzzo,
Lombardia) entrano per la prima
volta in questa piazza. E’ un ingresso
trionfale, probabilmente tremano
le gambe. Il braccio teso. Il tabù è
infranto. Saranno duemila. Pochi?
Tantissimi. Intorno a loro c’è la piazza
più accogliente che esista in Italia:
diciamo 80 mila persone. Una
marea. Ci scapperebbe la considerazione
enfatica, se dicessimo che mai
nella storia repubblicana i fascisti
hanno messo piede in piazza Duomocantando
le loro canzoni, per dare
forza e lugubre sostanza a decine
di migliaia di persone che per tutta
la giornata non hanno fatto altro
che prendersela con gli stranieri, oltraggiando
i morti. Vincono e vinceranno
facile, perché giocano da soli.
Il comizio del leader è uno show.
Una macedonia di populismo, demagogia,
deliri esterofili, razzismo
guascone, violenza, con accenti di
buon senso che sempre arrivano alla
pancia di «quelli che non arrivano
alla fine del mese». Il ragazzo è abile.
Non ce l’ha con i gay, per esempio,
mica è scemo, solo che «i gay piuttosto
che sposarsi magari preferirebbero
avere un lavoro». Esordisce salutando
Putin, il suo nuovo amico, e
sul palco spunta un ambasciatore
della Russia che gli porge un regalino
da parte dello zar. Poi spupazza
un neonato, «siamo in questa piazza
per il futuro dei nostri figli». Liscia il
pelo ai pensionati. Evoca le mele delle
Valtellina per dare dei «pirla» a
quelli di Bruxelles, poi evoca Oriana
Fallacci. L’ordine dei giornalisti è
«del cazzo» e il canone della Rai non
bisogna più pagarlo. Vuole la castrazione
chimica per gli stupratori, chiama
in causa Napolitano perché vuole
la grazia per un tale che ha ucciso
un rapinatore. Non vuole neanche
una moschea. E vuole la fine di Mare
Nostrum (la vuole anche il governo
Renzi-Alfano). Niente di nuovo,
ma dirompente. Poi chiama la piazza
a scambiarsi un segno di pace
«per mettersi in gioco», ottantamila
persone si danno la mano per giurarsi
non si sa cosa. Ma ieri è nata la
nuova destra popolare italiana.
Quanto ci riguarda? Molto, eppure
in pochi l’hanno compreso. Il sindaco
Giuliano Pisapia, per esempio,
non deve essersi accorto di cosa è accaduto
sotto le sue finestre se a cose
fatte rilascia solo uno striminzito comunicato
per dire che «Milano è ed
è sempre stata una città democratiQuesto disagio cos’è? Difficile
da spiegare. Forse la sensazione
fisica di essere stati letteralmente
cancellati dalla storia.
Proprio qui, in piazza Duomo. La
«nostra», dicevamo fino a ieri. Doveva
succedere. Era nell’aria e adesso
si sprecheranno le analisi.Oforse faremo
finta di niente. Ma dove cazzo
eravamo? Già. Troppo tardi ormai.
In Italia c’è un nuovo partito anti sistema
di massa. Il suo leader è abile,
furbetto. Il partito è di destra. Di
estrema destra. Prima o poi farà il
pieno di voti. Moderno. Forte, radicato
nel territorio, popolare, interclassista,
pieno di vecchi e di giovani
disposti a mettersi in gioco. Sono orgogliosi
di esserci, brutti per il nostro
strabico punto di vista. Ma è il
«popolo», lo chiamavamo così.
Eccolo qua. Non sono più sfigati,
sono minacciosi, non parlano solo
bergamasco o bresciano, vengono
dal sud Italia, dalle Marche, dalla Calabria.
Fascisti, veri. Perché il primo
partito di massa in Italia è un partito
a vocazione nazionalista, «da Trento
a Palermo» come dice il capo supremo
– sembra il fratello gemello dell’altro
Matteo. Poi lungo il corteo
qualche simpaticone vaneggia ancora
di secessione, ma quella è storia
vecchia, il borbottare di Bossi che fa
pena quando biascica dal palco.
La confusione è tanta sotto anche
il cielo leghista, ma il messaggio è
forte e chiaro e garantisce agibilità
per tutti. Sono razzisti, cantano le
canzoncine contro i «clandestini», ridono,
e funziona. Paciocconi e picchiatori
stanno facendo un pezzo di
strada insieme. Sono giustamente
contro l’Europa delle banche e contro
l’austerity che affama i cittadini
(anche loro, solo che la sinistra in un
solo anno è riuscita a perdere per
strada un milione di voti con la Lista
Tsipras). Come mai? Problemi di credibilità?
Forse abbiamo urgentemente
bisogno di un altro Matteo tutto
nostro? L’argomento è spinoso, e
non è ancora cominciata l’analisi. Bisogna
riconoscerlo. Salvini ha vinto.
E dopo questa giornata forse bisognerebbe
smetterla di raccontarsi la
storiella edificante di Milano città
medaglia d’oro della Resistenza. Se
così fosse non sarebbe successo.
Mai vista una piazza del Duomo
così. Se vogliamo rimanere sul simbolico,
che tanto simbolico non è,
proprio in questa città, guardiamo
l’ultimo spezzone di corteo che entra
in piazza. Fissiamolo negli occhi.
I vecchi cantano le loro canzoni con
un filo di voce, sono commossi. Lo
sguardo perso. Alle vecchie vedove
non pare vero, si commuovono anche:
piazza Duomo, piazza Duomo,
«ma allora è vero». Sì. I giovani sfilano
dietro le insegne di Casa Pound,
il servizio d’ordine è rigoroso, simpatico,
hanno vinto, sono allegri: sono
fascisti giovani, loro hanno sofferto
meno, arrivano da tutta Italia (Lazio,
Calabria, Marche, Piemonte, Abruzzo,
Lombardia) entrano per la prima
volta in questa piazza. E’ un ingresso
trionfale, probabilmente tremano
le gambe. Il braccio teso. Il tabù è
infranto. Saranno duemila. Pochi?
Tantissimi. Intorno a loro c’è la piazza
più accogliente che esista in Italia:
diciamo 80 mila persone. Una
marea. Ci scapperebbe la considerazione
enfatica, se dicessimo che mai
nella storia repubblicana i fascisti
hanno messo piede in piazza Duomocantando
le loro canzoni, per dare
forza e lugubre sostanza a decine
di migliaia di persone che per tutta
la giornata non hanno fatto altro
che prendersela con gli stranieri, oltraggiando
i morti. Vincono e vinceranno
facile, perché giocano da soli.
Il comizio del leader è uno show.
Una macedonia di populismo, demagogia,
deliri esterofili, razzismo
guascone, violenza, con accenti di
buon senso che sempre arrivano alla
pancia di «quelli che non arrivano
alla fine del mese». Il ragazzo è abile.
Non ce l’ha con i gay, per esempio,
mica è scemo, solo che «i gay piuttosto
che sposarsi magari preferirebbero
avere un lavoro». Esordisce salutando
Putin, il suo nuovo amico, e
sul palco spunta un ambasciatore
della Russia che gli porge un regalino
da parte dello zar. Poi spupazza
un neonato, «siamo in questa piazza
per il futuro dei nostri figli». Liscia il
pelo ai pensionati. Evoca le mele delle
Valtellina per dare dei «pirla» a
quelli di Bruxelles, poi evoca Oriana
Fallacci. L’ordine dei giornalisti è
«del cazzo» e il canone della Rai non
bisogna più pagarlo. Vuole la castrazione
chimica per gli stupratori, chiama
in causa Napolitano perché vuole
la grazia per un tale che ha ucciso
un rapinatore. Non vuole neanche
una moschea. E vuole la fine di Mare
Nostrum (la vuole anche il governo
Renzi-Alfano). Niente di nuovo,
ma dirompente. Poi chiama la piazza
a scambiarsi un segno di pace
«per mettersi in gioco», ottantamila
persone si danno la mano per giurarsi
non si sa cosa. Ma ieri è nata la
nuova destra popolare italiana.
Quanto ci riguarda? Molto, eppure
in pochi l’hanno compreso. Il sindaco
Giuliano Pisapia, per esempio,
non deve essersi accorto di cosa è accaduto
sotto le sue finestre se a cose
fatte rilascia solo uno striminzito comunicato
per dire che «Milano è ed
è sempre stata una città democratica
che non può accettare tali atteggiamenti
lesivi della dignità dell’essere
umano solo perché straniero».
Davvero Milano non può accettare?
Allora non se n’è accorto nessuno.
Gli assenti non hanno scuse, perché
questa non è una volta qualsiasi e
tutta la sinistra ha lasciato campo libero
a una offensiva apertamente reazionaria
e razzista, mentre crisi e disagio
sociale stanno alimentando
una pericolosa guerra tra poveri. E
la Cgil, che ha saputo rimettersi in
marcia sul lavoro, non ha capito cosa
significa sottovalutare il raduno leghista
e lasciare libera la piazza.
Per questo bisognerebbe complimentarsi
con tutti quelli che ieri pomeriggio
hanno sentito il bisogno di
esserci per dare almeno un segnale.
Ringraziarli uno a uno. Si sono ritrovati
in piazza per un altro corteo,
con altri pensieri. Stavano bene insieme,
erano troppo lontani dal Duomo.
Tremila persone, studenti, centri
sociali, la solita sinistra sparpagliata
che se non altro non ha perso il rispetto
per la propria storia e che
mantiene viva quella sfrontatezza
che serve per guardarsi in faccia anche
quando la situazione butta male.
E stavolta butta male davvero.
Forse non bastano più i riflessi condizionati.

Luca Fazio – Il Manifesto 19.ottobre.2014

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