Feeds:
Articoli
Commenti

GOOGLE GLASS

googleglass

erratacorige

Il 19 Novembre nel cuore di Tor Sapienza, si è svolto un evento importante, fuori dai riflettori dei media. A piazza de Cupis, oltre 300 persone hanno partecipato a un’assemblea per discutere di quanto accaduto nei giorni scorsi nel quartiere.

Molti i residenti storici e le realtà sociali e culturali della zona. Il titolo dell’assemblea “Di chi è la colpa?” è stato il filo conduttore dei molti interventi, che possono essere riassunti nella frase pronunciata da un abitante di via Morandi: “la rivolta è comprensibile, ma l’obiettivo terribilmente sbagliato. Bisognava andare al Comune e dalle istituzioni, non prendersela con i rifugiati”.

Nel corso della discussione sono emersi elementi molto importanti per comprendere le complesse dinamiche che si agitano anche in questa parte di Roma. È stato denunciato il progressivo abbandono da parte delle istituzioni, tornate in questa periferia solo a danno già fatto. Si è parlato molto della mancanza di servizi, dal trasporto all’illuminazione, e dei tagli alla spesa sociale e alla cultura, che hanno colpito in maniera feroce le numerose realtà attive nel promuovere i diritti sociali di tutti e un modello di convivenza opposto allo scontro tra poveri.
Sono stati nominati e accusati i veri responsabili del disagio della popolazione: crisi, precarietà, disoccupazione, assenza di futuro. Non sono mancate le denunce contro le strumentalizzazioni dei “fascio-leghisti” piombati a Tor Sapienza per raccogliere voti, dopo aver insultato per 20 anni il quartiere e la città al grido di “Roma ladrona”. Non sono mancate le accuse contro il sistema di accoglienza italiano e le cooperative che lo gestiscono: il problema sono i centri stessi, che finiscono per diventare luoghi di esclusione e marginalità, mentre l’alternativa è l’accoglienza diffusa, capace di garantire l’inserimento sociale e lavorativo di chi fugge da guerre o problemi economici. Un altro punto toccato da diversi interventi è stato quello relativo al campo rom di via Salviati: chi lo ha visto nascere e crescere (è presente da più di 20 anni) ha accusato le amministrazioni comunali di centro-destra e di centro-sinistra dell’abbandono di un luogo che inizialmente funzionava bene.

Infine, diversi interventi di residenti storici del quartiere hanno raccontato le sue origini popolari, e di lotta. Un’abitante di via Morandi ha raccontato le occupazioni di chi fuggiva dagli scantinati del Quarticciolo per prendersi una casa degna. Di chi, magari venuto a Roma da altre regioni, era stato fino ad allora costretto a vivere in una delle oltre centomila baracche che quasi dappertutto erano sorte in città. Altri hanno rievocato le lotte operaie dei lavoratori della fabbrica Peroni.
L’esponente di un’associazione, tirando un filo tra i diversi episodi di razzismo avvenuti negli ultimi mesi a Roma, ha ricordato che l’ingresso di Corcolle, quand’era ancora un “borghetto” era segnato dalla targa dell’Unità, con annessa falce e martello. Questo per dire che oltre alle accuse e alle rivendicazioni nei confronti delle istituzioni, un altro tema dell’assemblea è stato la necessità di riprendere l’organizzazione di base in questo quadrante di Roma, per non lasciare spazio a chi vuole cavalcare il malcontento per ragioni elettorali e per dividere i vecchi e i nuovi residenti, portandoli a uno scontro fratricida.

Il prossimo appuntamento sarà un’assemblea pubblica in via Morandi, proposta per il 25 novembre. Nel pomeriggio davanti al Centro Culturale.

 

DinamoPress

eternit-FILEminimizerQuanto fa male l’ingiustizia sull’Eternit

di Alberto Prunetti – L’Internazionale

La sentenza di prescrizione sul caso Eternit è l’ultimo passaggio di una lunga vicenda giuridica e umana. Alberto Prunetti ha dedicato a questa storia un libro e molti articoli. Qui per esempio racconta come si era arrivati al secondo grado. Qui c’è un’intervista a Paolo Liedholm, il nipote del vecchio Nils. Che c’entra col caso Eternit? C’entra.

“Siete quelli dell’amianto? Andate al Palazzaccio domattina? In bocca al lupo, allora”.

Ci avevano avvertito, i romani.

“In bocca al lupo”. Da prendere come augurio di buona sorte ma forse anche alla lettera, come pericolo di fronte al potere intimidatorio della giustizia.

Ci avevano avvertiti ma il lupo ci ha mostrato i denti mentre la giustizia, che abita un palazzo simile a un labirinto, si faceva vedere da lontano e poi scompariva subito.

Impressionandoci. Noi, figli di operai, abituati a calpestare umili pavimenti. Vedove di lavoratori, mondine diventate casalinghe e poi vedove trasformate da un destino amaro in attiviste. Signore anziane, con le stesse rughe delle Madres de Plaza de Mayo, lo stesso dolore in petto e la stessa ansia di giustizia. Quella giustizia che ha fatto capolino e poi è sparita subito, “in bocca al lupo”, in qualche corridoio bordato di marmo.

Il cuore si placava solo uscendo dal palazzo, quando trovavi i brasiliani, arrivati per aprire una vertenza nel loro paese; gli inglesi, che a Manchester registrano sei casi di mesotelioma alla settimana e hanno le scuole infestate di amianto; e poi i francesi, i belgi, gli olandesi e anche due giapponesi e un argentino. Tutti familiari di vittime dell’amianto, di quella formidabile macchina di ricchezza e morte che dispensa ai ricchi la prima e il resto ai poveri.

Una sentenza pre-scritta. Peccato che prescrivendo la sentenza hanno condannato noi. Condannati a una memoria senza giustizia, alla derisione del potente, alla beffa della Dea cieca con la bilancia in mano. Al lavoro di Sisifo di tornare a scrivere le nostre storie, la nostre ingiustizie, ogni volta da capo, col fegato che si fa amaro.

La sentenza è prescritta ma anche domani a Casale qualcuno si sveglierà con un colpo di tosse e il dolore ai reni. Qualcuno sputerà e un altro morirà, dopo aver distribuito un volantino contro la polvere, come si fa da quelle parti, con dignità e gli occhi lucidi. Gli stessi occhi lucidi di chi stava accanto a me al processo, ascoltando la sentenza. Sentenza prescritta. Non assolto, il reato c’è. Ma prescritto. Anche se ne ho visti che in secondo grado a Torino volantinavano contro l’Eternit e non sono riusciti a arrivare vivi, ieri, in Cassazione.

20141120-eternit-655x436Si può prescrivere allora anche la morte di domani? Anche quella di oggi? È quasi peggio che avessero detto che il fatto non sussiste, almeno nel loro mondo al contrario. Diciamocelo anche noi, diamo tregua al cuore: non sono morti a migliaia, non è successo davvero. Magari posso inventarmi con la penna un mondo in cui i morti della Eternit tornano a casa stasera, perché in fondo non sono mica morti, sono solo stati prescritti.

E allora me li immagino quei vecchi operai, i nostri vecchi. A fare l’orto, a bere un bicchiere di barbera, a volantinare contro le multinazionali, fino all’ultimo respiro. Nel mondo dove si dà la vita vera. In quel mondo che forse sta solo nei nostri cuori o nei nostri sogni, in quel mondo che non è di questo mondo c’è giustizia, finalmente. Ma non si dà vita vera nella vita falsa e qui oggi tutto ha il sapore amaro della falsità, della beffa, della morte e dell’ingiustizia.

Per questo scrivo per non prescrivere, per non dimenticare, per non ucciderli d’ingiustizia. Non scrivo per contar frottole. Sono morti e non hanno giustizia. E con questo sapore amaro in bocca, bisogna ricominciare la lotta contro i mulini a vento. Contro l’ingiustizia, fino all’ultimo respiro.

Alberto Prunetti è uno scrittore italiano. È nato a Piombino nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha collaborato con il manifesto e A-Rivista ed è redattore di Carmillaonline.

 

 

Un dossier sulle morti sospette in carcere, immagini scioccanti

Marcello Lonzi


Nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno
, dei quali un terzo circa per suicidio  (1.005 casi accertati, dal 1990 ad oggi), un terzo per cause immediatamente riconosciute come “naturali”, e il restante terzo per “cause da accertare”, che indicano tutti i casi nei quali viene aperta  un’inchiesta giudiziaria.
La morte di Stefano Cucchi, con l’emozione e l’indignazione seguita alla pubblicazione delle fotografie del suo corpo martoriato, ha avuto l’effetto di scoperchiare il “calderone infernale” delle morti in carcere, di far conoscere all’opinione pubblica un dramma solitamente relegato alla ristretta  cerchia degli “addetti ai lavori”.

 

Con il Dossier “Morire di carcere” curato da Ristretti Orizzonti sono state ricostruite centinaia di vicende di detenuti morti, citando fonti, luoghi, nomi e circostanze. In alcuni casi i loro famigliari ci hanno inviato delle fotografie, come prova del fatto che le “versioni ufficiali” non raccontavano la verità, o la raccontavano parzialmente.

 

Sono immagini che “parlano da sole”: morti per “infarto” con la testa spaccata, per “suicidio” con suicidio con ematomi e contusioni in varie parti del corpo. Quello che non è possibile vedere, ma a volte emerge dalle perizie mediche (quando vengono disposte e poi è dato conoscerne l’esito), sono costole spezzate, milze e fegati “spappolati”, lesioni ed emorragie interne.
Questo è quanto emerge dalle cronache, dalle perizie, dalle fotografie (quando ci arrivano) e questo è quanto il dossier si limita a testimoniare. Se ci sono responsabilità per queste morti e, nel caso, chi sono i responsabili, non spetta a noi dirlo, ma alla magistratura.

 

Di seguito le immagini di alcune morti fortemente sospette sulle quali la magistrature ha fornito risposte insoddisfacenti.

 

 

Habteab Heyasu, morto per “suicidio”

 

 

 

Marcello Lonzi, morto per “collasso cardiaco”

 

 

Manuel Eliantonio morto per “suicidio”

 

 

 

Stefano Cucchi, morto per…

IN ORDINE CRONOLOGICO

 

30 gennaio 2002, Carcere di Poggioreale (Napoli) Raffaele Montella, 40 anni, napoletano, si impicca. Due giorni prima l’avevano “chiuso” dagli arresti domiciliari, per essersi allontanato dalla sua abitazione; era in attesa di giudizio per reati di droga. I suoi parenti non credono al suicidio: lui, prima di essere riportato in carcere, aveva detto: “Se torno in cella mi ammazzano”.

 

1 marzo 2002, Carcere di Rebibbia (Roma)
Stefano Guidotti, 32 anni, è trovato impiccato alle sbarre del bagno. Sono i tre compagni di cella a dare l’allarme, ma una serie di particolari fa sorgere dubbi ai carabinieri del centro investigazione scientifica di Roma, che conducono le indagini. A cominciare dalle escoriazioni presenti sul suo volto: ferite inconciliabili con l’ipotesi del suicidio. Poi alcune inspiegabili macchie di sangue sul pavimento. Infine il cappio – fatto con la cintura del pigiama – che per gli inquirenti non avrebbe potuto sostenere il peso del corpo. Ad alimentare il dubbio anche una lettera, ritrovata tra gli effetti personali di Guidotti: contiene progetti per il futuro, troppo lontani dall’idea di farla finita. Era detenuto per associazione mafiosa ed estorsione. Il P.M. Giancarlo Amato, titolare dell’inchiesta, per ora ha chiesto soltanto gli accertamenti di rito per un suicidio in carcere.

 

24 aprile 2002, Ospedale “Maria Vittoria” di Torino
Fabrizio Linetti, detenuto nel carcere delle Vallette, dice di aver ingerito un tagliaunghie. È una scusa (come accerterà l’autopsia) per andare in ospedale. Al pronto soccorso s’impadronisce di una specie di taglierino usato in ambulatorio. C’è una colluttazione con un agente penitenziario e Linetti riusce ad afferrare la pistola dell’agente, con la quale poi si uccide, quando vede inutile ogni possibilità di scappare, ma anomalo è anche il suicidio, che non sembra avere una giustificazione precisa.

 

20 maggio 2002, O.P.G. di Reggio Emilia
Kolica Andon, 30 anni, albanese, si uccide, dopo 35 giorni di sciopero della fame. La notizia trapela solo all’inizio di luglio. “Preferisco morire, piuttosto che restare qui dentro da innocente”: ora,
quella frase ripetuta fino all’ossessione, suona ancora più terribile e accusatoria. Faceva sul serio, Kolica Andon, si è impiccato in una cella dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dov’era arrivato da pochi giorni, proveniente dal carcere di Mantova. Due settimane prima delsuicidio una sua nipote, Maria, aveva lanciato un appello pubblico perché la posizione processuale di suo zio venisse rivista.

 

30 giugno 2002, Carcere di Cuneo
Mauro Fedele, 33 anni, muore in carcere. La versione ufficiale parla di “arresto cardiocircolatorio” ma Giuseppe Fedele, padre di Mauro, lancia accuse contro gli agenti di custodia. “Il corpo di mio figlio è pieno di lividi: ha la testa fasciata e ha segni blu su collo, sul petto, specialmente a destra, come uno zoccolo di cavallo; e poi sui fianchi e all’interno delle cosce, sia a destra sia a sinistra. È chiaro che lo hanno riempito di botte, forse con i manganelli, e che è morto per questo. Chiederemo che un nostro medico di fiducia assista all’autopsia, perché dopo quello che abbiamo visto non possiamo subire passivamente e credere a quello che ci hanno detto e cioè che Mauro è morto per arresto cardiocircolatorio. Il nostro avvocato presenterà una denuncia per omicidio, perché pensiamo che sia morto in seguito ad un pestaggio”.

 

22 luglio 2002, Carcere di Torino
Fabio Benini, 30 anni, muore per infarto cardiaco. Era stato trasferito da dieci giorni, proveniente dal carcere di Forlì, al centro psichiatrico del carcere “Le Vallette” di Torino. Soffriva di anoressia, aveva perso 50 kg negli ultimi mesi, collassava due volte al giorno, l’altra mattina l’hanno trovato morto nel suo letto.

 

3 agosto 2002, Carcere di Bari
Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico, si uccide impiccandosi. L’uomo, che stava scontando una condanna di 8 anni e 9 mesi per un cumulo di pene relative ad una serie di reati, si è suicidato nel carcere di Bari, dove era stato trasferito due anni fa perché paraplegico. Uno dei pochi istituti di pena, secondo il ministero della Giustizia, dotato di un centro clinico per gente malata come lui.
Ma la famiglia accusa: come può un carrozzellato – si chiedono i parenti – riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla? Gianluca Frani aveva subito una lesione al midollo spinale nel ‘97: qualcuno gli sparò contro, proprio sotto casa, e man mano le sue condizioni erano peggiorate fino a costringerlo alla sedia a rotelle.

 

5 ottobre 2002, Ospedale “Fazzi” di Lecce
Sotaj Satoj, 40 anni, albanese, muore nel reparto Rianimazione dell’Ospedale di Lecce dopo tre mesi di sciopero della fame. Gli agenti continuano a piantonarlo per ore, da morto: credevano fosse un éscamotage per tentare la fuga. Era arrivato in Italia su un gommone, attraversando il Canale di Otranto. All’arrivo aveva trovato la Guardia di Finanza, che non aveva creduto fosse un “semplice” clandestino, sbarcato assieme ad altri 50, e che aveva pagato circa duemila dollari agli scafisti. Sul gommone c’era della droga e lui era stato arrestato, assieme ad altri sei connazionali, per 3 associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Per ribadire la sua innocenza aveva deciso di adottare l’unica forma di protesta possibile: lo sciopero della fame.

 

27 novembre 2002, Questura di Roma
Maurizio Scandura, 28 anni, tossicodipendente, muore nella camera di sicurezza di una Questura. Era stato arrestato al termine di un inseguimento culminato con una caduta, sua e dei due poliziotti che cercavano di fermarlo. Dopo la caduta sia Scandura sia i poliziotti erano stati medicati in ospedale e il giovane era stato dimesso con una prognosi di sette giorni, dopo che la TAC non aveva individuato alcun problema neurologico. Invece la mattina seguente i due agenti che avrebbero dovuto scortarlo in Procura, per il processo per direttissima, lo hanno trovato morto.

 

4 dicembre 2002, Carcere di Modena
Maria Laurence Savy, belga, claustrofobica, si impicca tre giorni dopo l’arresto. Il marito ha dichiarato che la moglie al momento dell’arresto ha scritto di suo pugno una dichiarazione, nella quale elencava i propri problemi di salute. La lettera, scritta in francese, sarebbe poi stata tradotta e letta. La stessa traduttrice – secondo le dichiarazioni di Cremonesi – avrebbe poi consigliato alla Savy di consegnarne una copia all’infermeria del carcere. Esiste davvero questo documento? Dov’è finito? L’interprete può confermare? È stato consegnato ai responsabili del “Sant’Anna”, agenti di polizia penitenziaria o personale medico? In caso affermativo, la successiva domanda sarà: la detenzione per tre giorni in cella singola e senza sorveglianza continua era compatibile con la claustrofobia e gli altri eventuali disturbi dichiarati dalla donna?

 

1 maggio 2003, Carcere di Rebibbia (Roma)
Marco De Simone, 41 anni, si impicca in una cella del reparto minorati psichici, 48 ore dopo essere arrivato a Rebibbia. Era stato dichiarato incompatibile con il regime carcerario. L’uomo, ha riferito il suo legale, era già stato ricoverato nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli e anche nel reparto psichiatrico dell’Ospedale “Sant’Eugenio” di Roma. Avrebbe dovuto scontare un cumulo di pene per un totale di 8 mesi e 15 giorni.

 

13 agosto 2003, Carcere di Catanzaro

Emiliano Mosciaro, 47 anni, muore di peritonite. Il 4 agosto telefona alla madre, per dirle che non si sente bene e che le cure dei medici del carcere non funzionano. Emiliano soffre di crisi depressive e quei dolori addominali, che accusa da qualche giorno, sono forse scambiati per effetti di una qualche forma di somatizzazioni. Il giorno dopo la telefonata alla madre Emiliano viene trasferito d’urgenza all’Ospedale di Catanzaro, su richiesta di un medico esterno che lo ha visitato in carcere. Troppo tardi. Mosciaro viene operato d’urgenza ma l’appendicite si è ormai trasformata in peritonite acuta, con stato di necrosi avanzata. Emiliano combatte per sette lunghi giorni con la morte, ma senza risultati positivi. Muore la mattina del 13 agosto.

 

2 settembre 2003, carcere di Massa Carrara
F.M., 29 anni, affetto da problemi mentali, muore nella sua cella durante la notte. Era entrato in carcere due giorni prima, dopo essere stato fermato da una pattuglia di carabinieri perché evaso dalla struttura in cui era agli arresti domiciliari. Il direttore del carcere dichiara alla stampa che si è trattato di un malore, determinato dal fatto che il ragazzo era dedito all’uso di sostanze stupefacenti, ma le sue parole sono smentite con forza dai parenti e dal tutore del giovane carcerato. “Non era un drogato – afferma l’avvocato Pasquali – era solo un ragazzo con problemi comportamentali e mentali, che non sapeva distinguere il bene e il male, le situazioni di pericolo e le azioni malvagie”. F.M. da bambino aveva subito un grave incidente stradale che gli aveva procurato una perdita di 4 parti del lobo frontale del cervello, la sede della “capacità decisionale”. Un ragazzo comunque sano fisicamente, giovane, non dedito a droghe, la cui morte per malore “suona” in modo davvero strano.

 

1 ottobre 2003, Carcere di Livorno
Marcello Lonzi, 29 anni, muore in cella: sarebbe deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa. La madre non crede a questa ricostruzione e sospetta si sia trattato di un omicidio, anche perché il corpo del figlio era coperto di lividi. Chiede al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, un aiuto per impedire che “venga nascosta la verità”. Marcello Lonzi stava scontando una pena di otto mesi, per un tentato furto, ed era in attesa di usufruire dell’indultino.

 

25 novembre 2003, Carcere di Civitavecchia
Detenuto rumeno, 40 anni, muore a causa di profonde ferite alla testa. Secondo una prima ricostruzione l’uomo avrebbe battuto ripetutamente il capo contro le pareti della cella dove era rinchiuso. Venerdì della scorsa settimana il rumeno finisce in manette, con l’accusa di tentato furto, e quindi associato al carcere di Civitavecchia. Lunedì si tiene l’udienza di convalida dell’arresto. Il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di convalida dell’arresto e l’extracomunitario è costretto a rimanere in carcere. Qualche ora dopo, degli agenti di polizia penitenziaria lo ritrovano riverso a terra dentro la sua cella, con profonde ferite al capo. Subito viene trasportato all’ospedale San Paolo e le sue condizioni appaiono decisamente serie. Il rumeno si aggrava di ora in ora ed allora i medici del nosocomio locale decidono di trasportarlo in eliambulanza presso un ospedale della capitale, dove il suo cuore cessa di battere nella tarda serata di giovedì. La prima ipotesi che emerge è quella del suicidio. In pratica l’uomo si sarebbe scagliato più volte contro la parete.

 

2 marzo 2004, Carcere di Firenze
Detenuto marocchino viene ritrovato senza vita nella sua cella, steso nella branda, piegato di lato, con un rivolo di sangue alla bocca. La prima ipotesi che trapela dal carcere fiorentino è quella secondo cui l’uomo sarebbe morto per un’overdose di farmaci. Franco Corleone, garante dei diritti delle persone ristrette nelle libertà personali nel comune di Firenze, afferma: “È un fatto gravissimo, che mostra ancora di più la situazione critica delle carceri”. 24 marzo 2004, carcere di Opera (Mi) Andrea Mazzariello, 50 anni, paraplegico e costretto su una sedia rotelle si impicca usando come cappio il cordone di un accappatoio, che usava come vestaglia. Era in carcere dal 10 febbraio scorso, quando gli era sopraggiunto un definitivo di pena. Vivendo su una sedia a rotelle era stato assegnato al Centro Clinico del Carcere di Opera, ma per motivi ignoti non gli veniva somministrata la morfina, che gli aveva prescritto il suo medico di base prima della carcerazione. Racconta l’avvocato Giuseppe Rapone: “Otto giorni fa sono andato a trovarlo e mi ha raccontato che non gli davano la morfina da quando era stato arrestato, ossia da 42 giorni. La morfina gli era stata prescritta dal suo medico quando era a piede libero, per calmare i dolori lancinanti alla schiena che lo costringevano sulla sedia, per questo si è tolto la vita”.

 

1 luglio 2004, Ospedale di Barletta (Ba)
Vincenzo Milano, 30 anni, muore all’ospedale di Barletta. Vi era stato trasportato, di urgenza, per essere curato delle ferite riportate durante la cattura – eseguita da una pattuglia della Polizia Municipale – dopo che aveva commesso uno scippo: trauma cranico e facciale e diverse ferite lacero contuse. Ora è giallo sulla sua morte, tanto che il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Luigi Scimè, ha aperto un fascicolo d’indagine rubricata con l’accusa di omicidio colposo. Poco dopo il ricovero Vincenzo Milano sarebbe entrato in un lungo e profondo sonno, da cui non si sarebbe più svegliato.

 

15 dicembre 2004, carcere di Messina
Francesca Caponnetto, 40 anni, si uccide gettandosi da una rampa di scale. La donna era uscita di cella per alcuni controlli medici, ma era sfuggita al controllo della polizia penitenziaria mentre saliva una rampa di scale e si è gettata nel vuoto. È deceduta poi al pronto soccorso del Policlinico. In cella la polizia non ha trovato nessun biglietto per spiegare l’estremo gesto.

 

23 dicembre 2004, carcere di Secondigliano (Napoli)
Domenico Del Duca, 26 anni, fine pena nel 2007, muore il 23 dicembre presso l’ospedale Cotugno, dove era arrivato, in coma, il giorno prima, proveniente dal secondo istituto di pena della città. Sulla sua morte è sino ad oggi regnato il completo silenzio. Del Duca, sieropositivo, era ricoverato nel centro clinico del carcere da settembre. Proveniva da un anno di internamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli, perché soffriva di disturbi mentali. La notte del 21 dicembre si è barricato in cella, per un motivo apparentemente banale, una sigaretta negata. Gli agenti di polizia penitenziaria decidono di fare irruzione e utilizzano gli idranti per riportare l’ordine. La cella viene inondata di acqua e ruggine, così come il suo occupante. Il ragazzo viene trasferito nella cella liscia, priva di ogni suppellettile, di un altro reparto. La mattina del 22 viene trovato in coma di primo grado dal medico di turno che ne dispone l’immediato ricovero in una struttura ospedaliera. Del Duca viene trasferito, sembra solo dopo alcune ore, presso l’ospedale Cotugno, specializzato per le patologie da Hiv, dove muore, il giorno successivo senza riprendere conoscenza. Il suo referto parla di morte causata da crisi cardio-respiratoria (polmonite fulminante?), ma sul corpo non è stata disposta alcuna autopsia, indispensabile per chiarire i fatti. Non risulta che la Procura di Napoli abbia aperto un’inchiesta, né che il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ne abbia disposto una interna per verificare le modalità dell’intervento degli agenti ed eventuali responsabilità.

 

12 gennaio 2005, Carcere di Piacenza
Mohamed El Mansouri, 30 anni, marocchino, si impicca nella sua cella della casa circondariale di Piacenza con l’elastico dei boxer. Si è suicidato nel giorno della ripresa del processo, per corruzione tra detenuti e guardie penitenziarie al carcere di Monza per introdurre alcol e droga, che lui stesso aveva in parte innescato con la sua denuncia. Il pm del processo monzese Flaminio Forieri, amareggiato per la tragica notizia, non collega necessariamente il suicidio alla vicenda di Monza. Ma, se di coincidenza si tratta, è senz’altro una coincidenza angosciante. Di certo c’è che
6 l’extracomunitario si era fatto terra bruciata tra i detenuti dopo avere sporto la sua denuncia tanto che da Monza era stato trasferito prima ad Alessandria, poi a Cremona e poi ancora a Piacenza, perché tacciato di essere un “infame”.

 

16 aprile 2005, Carcere di Rebibbia (Roma)
Emanuela Fozzi, 26 anni, muore di varicella nel carcere di Rebibbia Femminile a Roma. La donna, malata di Aids, avrebbe contratto il virus della varicella e, proprio a causa del fisico debilitato e privo di protezioni, le sue condizioni di salute si sarebbero aggravate a tal punto da richiedere il ricovero urgente in ospedale. Tre mesi fa era stata dichiarata incompatibile con il carcere per le sue condizioni ma alla fine di aprile è morta. Nel carcere romano infatti sarebbe scoppiata una vera e propria epidemia: la malattia esantematica ha colpito 13 detenute, di cui tre ricoverate in tre ospedali di Roma, e due agenti penitenziari. “Quella donna non doveva essere in carcere – dice il Garante del Lazio per i diritti dei detenuti Angiolo Marroni – era stata dichiarata incompatibile con la detenzione, ma nulla è stato fatto. La responsabilità è di chi non ha ottemperato alla dichiarazione
di incompatibilità con il regime carcerario”.

 

31 maggio 2005, carcere di Venezia
Andrea Fabris, 34 anni, viene ritrovato morto sul pavimento della cella, nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore. Il detenuto padovano è stato trovato esanime poco dopo le 20.30, riverso a terra nella cella che condivideva con altri due detenuti: sul corpo numerose ecchimosi. Circostanze quanto meno singolari, che hanno immediatamente convinto la Pm di turno, Maria Rosaria Micucci, a disporre l’autopsia sul corpo del giovane con trascorsi da tossicodipendente e che si trovava in carcere in seguito ad un’inchiesta per droga. Come si è provocato quelle botte? La conseguenza di un’aggressione, avvenuta non necessariamente in cella, o invece le conseguenze del tutto casuali di una caduta dovuta ad un malore?

 

24 ottobre 2005, Carcere Regina Coeli (RM)
Antonio Schiano di Colella, 36 anni, tossicodipendente, detenuto da due giorni, muore in una “cella di osservazione” del carcere romano di Regina Coeli. La vicenda è stata resa nota dal Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni. Secondo le informazioni raccolte dal Garante, l’uomo è arrivato a Regina Coeli “con un referto dell’ospedale Sant’Eugenio, che certificava politraumi a suo carico”.

 

27 ottobre 2005, Stazione Carabinieri di Mercatello (SA)
Maurizio Calabrese, 41 anni, muore nella camera di sicurezza della stazione dei carabinieri Mercatello a Salerno in caserma. Presumibilmente la morte è dovuta a “cause naturali”. Lo riferisce una nota del comando provinciale dei Carabinieri, in cui si precisa che Calabrese era stato arrestato per furto nella serata di ieri e che stamane doveva essere processato per direttissima.

 

3 novembre 2005, Carcere di Secondigliano (NA)
Pietro Del Gaudio, 44 anni, detenuto a Secondigliano dal 17 agosto, nuore in ospedale a causa di uno sciopero della fame portato alle estreme conseguenze. Cinque giorni di ricovero, alla terapia intensiva del Cardarelli, non sono valsi a tentare di rimediare ai danni che la privazione volontaria di cibo gli ha causato. La causa è da ricercarsi nello sciopero della fame che il detenuto, secondo quando è stato possibile apprendere, aveva iniziato ai primi di ottobre. Sarà il magistrato della procura che ha in carico l’inchiesta ad accertare come mai il ricovero in ospedale è stato deciso dopo tanto tempo. Il motivo della protesta del detenuto sarebbe da ricercare nelle precarie condizioni igienico-sanitarie del carcere di Secondigliano, del padiglione di detenzione dov’era
stato rinchiuso.

 

16 novembre 2005, Opg di Castiglione delle Stiviere (MN)
Katiuscia Favero, di 30 anni, viene ritrovata impiccata con un lenzuolo ad una recinzione, nel giardino interno della struttura: è un suicidio, secondo gli investigatori. Ma la madre non crede a questa versione: “Voglio sapere cosa hanno fatto a mia figlia. Io non credo che si sia suicidata, sospetto che sia stata uccisa”. Vuole la verità sulla scomparsa della figlia nella sezione Arcobaleno del manicomio giudiziario di Castiglione dello Stiviere. Non crede al referto ufficiale che parla di suicidio e chiede un’indagine approfondita: intanto, ha ottenuto l’autopsia (i cui risultati si stanno aspettando) e racconta al ministro i dubbi, raccolti in un dossier. “Mia figlia tra poco sarebbe tornata a casa, invece ho dovuto riportarla giù in una scatola di legno”, dice la donna. La ragazza era finita dietro le sbarre già minorenne, poi la sua vita si era complicata sempre di più, persa dentro la spirale della droga. Il 19 agosto 2004 era finita a Sollicciano, il carcere fiorentino. Qui aveva tentato il suicidio, al pronto soccorso aveva tentato di ferire un’infermiera con una siringa, c’era stata una piccola rissa. Poi la svolta che ha segnato definitivamente la sua vita tragica: “Fu violentata da tre addetti – dice la madre – ma il risultato della sua denuncia fu il trasferimento a Castiglione dello Stiviere”.

 

20 novembre 2005, Carcere di Isili (NU)
Rinaldo Ermatosi, cagliaritano di 36 anni, muore nel carcere di Isili in circostanze ancora tutte da chiarire: il decesso, secondo le prime ipotesi dei medici legali, potrebbe essere dovuto a broncopolmonite. Ma i familiari dell’uomo sostengono che non si drogasse e sollevano dubbi sui modi in cui l’amministrazione carceraria ha gestito le informazioni su quanto avvenuto.

 

24 dicembre 2005, Carcere di La Spezia
Romeo Cantoni, 37 anni, muore in carcere la notte tra il 23 e 24 dicembre 2005. “Oggi sarebbe dovuto uscire, per andare a San Patrignano, invece le sue ceneri sono state messe in un loculo alla
presenza del figlio di 10 anni. Romeo è morto per cause “naturali”. Vi chiedo aiuto per poter dire a suo figlio che è stato fatto l’impossibile per salvarlo, come succede in una società civile… eviterò invece di raccontargli i soprusi, le umiliazioni, le botte e le ingiustizie adottate nelle carceri italiane per correggere ed educare chi ha sbagliato. (lettera firmata per la redazione, 28 dicembre 2005)

 

14 maggio 2006, Carcere di Civitavecchia
Habteab Eyasu, 36 anni, eritreo, si uccide impiccandosi in una cella di isolamento della Casa Circondariale di Civitavecchia. Il giovane si trovava nel carcere di contrada Aurelia da circa due mesi, rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza. L’immigrato, rifugiato politico, era in carcere per associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, immigrazione clandestina. Ma, secondo i congiunti e la comunità eritrea, era stato fermato in circostanze poco chiare. L’inchiesta della procura di Civitavecchia ha stabilito che Habteab si è impiccato. Nelle fotografie scattate all’ospedale di Civitavecchia Habteab Eyasu ha un ferita in fronte, e dietro la nuca una grande macchia rossa di sangue. Sara Tseghe Paulous, sua zia, arrivata appositamente dall’Arabia Saudita, mostra il cadavere del nipote e dice a chiare lettere: “Io ora voglio sapere cosa è accaduto. Non credo che si sia suicidato. Perché chi si suicida non ha queste ferite in faccia”.

 

29 gennaio 2007, Carcere di Monza

Gianluca Concetti, 40 anni, muore in carcere. Ha allagato la sua cella, in preda all’ennesima crisi psicotica, ed è scivolato sbattendo violentemente la testa. Quando agenti e infermieri hanno aperto la porta della cella, per Gianluca Concetti non c’era più niente da fare. È morto sul colpo, lunedì pomeriggio. In carcere. Lui che, secondo i medici, in carcere non ci poteva stare per il suo stato di salute.

 

10 luglio 2007, Questura di Milano
Mohammed Darid, 32 anni, marocchino, viene ritrovato morto alle 6 del mattino nella “camera di sicurezza” della Questura di Milano. Era stato fermato la sera prima, in stazione Centrale, dagli agenti della Polfer per spaccio di stupefacenti e trovato. L’autopsia ha stabilito che non c’erano segni di violenza sul suo corpo e la morte è stata causata da un arresto cardiocircolatorio.

 

15 ottobre 2007, carcere di Perugia
Aldo Bianzino, 44 anni, viene ritrovato morto in cella all’alba di domenica 15 ottobre, nel carcere di Capanne, Perugia. Di sicuro si sa che era stato arrestato il venerdì prima, assieme a Roberta, la madre del più giovane dei suoi tre figli. È successo nel casale sopra Pietralunga, tra Città di Castello, Gubbio e Umbertide. Prima la perquisizione alle 7 del mattino, con il cane antidroga che non trova nulla nel casale. Ma poi, dietro un cespuglio spuntano alcune piante di marijuana. I giornali locali riportano cifre consistenti. Un centinaio di piante ma forse hanno fatto la somma con le piante maschio trovate in fosso secche e inutilizzabili. Di sicuro sappiamo che Roberta e Aldo sono stati portati al commissariato di Città di Castello per le formalità di rito e da lì trasferiti, con un mandato d’arresto spiccato dallo stesso pm che si occupa della morte di Aldo, al carcere di Capanne, struttura di media sicurezza, dove non c’è il regime duro dell’articolo 41, come a Spoleto o Terni. Struttura moderna, nuova, inaugurata da Castelli quand’era Guardasigilli di Berlusconi. Di sicuro si sa, l’ha detto la famiglia, che il comportamento degli agenti di Città di Castello sia stato corretto. Roberta e il suo compagno si sono persi di vista solo all’arrivo in carcere, pomeriggio di venerdì 13. Di sicuro, un avvocato d’ufficio li ha visti il giorno appresso, prima lui poi lei. Aldo stava in condizioni normali, solo era preoccupato per Roberta. Roberta che sarebbe stata rilasciata la mattina dopo. Di sicuro si sa che il medico legale avrebbe presto escluso l’ipotesi di una morte per infarto. Anzi, avrebbe riscontrato quattro emorragie cerebrali, almeno due costole rotte e lesioni a fegato e milza. Di sicuro, e di strano, si sa che non c’erano segni esteriori. Tanto da lasciare perplessi i consulenti incaricati della perizia. Di sicuro si sa che le ferite al fegato non sono idonee a cagionare la morte, spiega a Liberazione uno dei legali della famiglia. “Di sicuro sappiamo che è arrivato a Capanne in condizioni di assoluta normalità e da lì non è uscito”.

 

23 giugno 2008, Carcere Sollicciano di Firenze
Niki Aprile Gatti, 26enne, si impicca in cella. Fu arrestato il 19 giugno alle 23.00 a Cattolica con l’accusa di aver commesso una frode informatica, quindi rinchiuso nel carcere di Sollicciano (Firenze). Alle 11.00 del 23 giugno venne trovato senza vita, impiccato alla finestra del bagno con un paio di jeans e un numero imprecisato di lacci da scarpe. Ora, i genitori di Niki Aprile Gatti, 26 anni, che non hanno mai creduto all’ipotesi di suicidio del figlio, si oppongono alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm al procedimento che avrebbe dovuto fare luce sulla morte del giovane. Secondo i genitori del ragazzo, che vivono ad Avezzano (L’Aquila), la richiesta di archiviazione “contrasta con le pur scarne risultanze processuali che rivelano una carente attenzione per il detenuto alla luce delle caratteristiche che il caso presentava; si fonda su un esame parziale e insufficiente degli atti; esprime una valutazione operata in assenza di approfondimento investigativo e di verifica probatoria”.

 

25 luglio 2008, Carcere di Genova
Alla mamma aveva scritto una lettera drammatica: “Qui in carcere mi ammazzano di botte”. “Mi riempiono di psicofarmaci”. “Mi ricattano”, “Sto male”. Ieri lo hanno trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, in un bagno del carcere di Marassi, a Genova. E adesso, la madre si rigira tra le mani quella lettera tremenda, mentre grida le sue accuse e il suo dolore. Manuel Eliantonio, 22 anni, originario di Piossaco, è morto l’altra mattina nella struttura penitenziaria dov’era rinchiuso da quasi cinque mesi. Ucciso, dicono al Marassi, dal gas butano respirato da una bomboletta di gas da campeggio. Suicidio? “Forse un incidente”, lasciano intendere dalla casa circondariale. Spiegando che il butano è spesso adoperato come droga dai detenuti. Ma la madre di Manuel, Maria, urla: “Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto”. Mostra l’ultima – nonché l’unica – lettera che il figlio le ha inviato dal carcere dov’era rinchiuso per una condanna a 5 mesi e dieci giorni. “Una storia da niente, resistenza a pubblico ufficiale”, dice lei. L’ultimo scritto di Manuel sono due paginette strappate da un quaderno a quadretti su cui c’è lo spaccato di una vita d’inferno. “Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…”. E ancora: “Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare”. E ancora: “Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male”.

 

22 ottobre 2009, carcere di Regina Colei (Rm)
Verità su Stefano Cucchi. E in tempi rapidi. La invocano la famiglia, i legali e la politica. Tutti insieme oggi hanno convocato una conferenza stampa in Senato per chiedere di fare luce sulla morte del 31enne romano, fermato giovedì 16 ottobre nel parco degli Acquedotti perché in possesso di venti grammi di sostanze stupefacenti, e morto nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini giovedì 22, dopo essere passato per il Tribunale, il Regina Coeli e il Fatebenefratelli. Otto interminabili giorni durante i quali la famiglia ha tentato invano di vedere il loro caro e di parlare con i medici che lo avevano in cura.

- See more at: http://www.pagina99.it/news/societa/7477/Un-dossier-sulle-morti-sospette-in.html#sthash.jnvMHB9T.dpuf

UN PAESE STRAGISTA!

stragista

UN PAESE DA RIVOLTARE!

eternit

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 39 follower