Feeds:
Articoli
Commenti


Back to school con Renzi l’americano

—  Anna Angelucci, 15.9.2014 Il Manifesto

Il documento. Il governo punta forte su un modello che ha già fatto disastri negli States. Adottando il «bring your own device», ovvero «portati il tuo pc da casa», e «social impact bonds» a beneficio dei privati. Così il preside-manager sarà costretto a cercarsi uno sponsor

Rem tene, verba sequen­tur, si diceva tanto tempo fa. E allora ana­liz­ziamo le parole e rico­struiamo indut­ti­va­mente il para­digma cul­tu­rale sot­teso alla recente pro­po­sta del Governo sulla scuola.

Il docu­mento, da sot­to­porre nei pros­simi due mesi a con­sul­ta­zione online e offline, è tutto un flo­ri­le­gio di angli­smi: la scuola deve uscire dalla com­fort zone e diven­tare l’avamposto del rilan­cio del made in Italy. Dotarsi di inse­gnanti men­tor capaci di pro­porre for­ma­zione online ma anche blen­ded. Pro­durre piat­ta­forme spe­ri­men­tali con un design chal­lenge lan­ciato pre­sto­daun hac­ka­ton mirante alla crea­zione di una app. Attrez­zarsi per sfide di gover­nance e policy a colpi di data school nazio­nali, design di ser­vizi e ope­ning up edu­ca­tion, ovvia­mente rife­rita alle best prac­ti­ces.

Ma non basta: final­mente arriva la good law e il nud­ging sbarca al Miur per­ché «assi­cu­rare piena com­pren­sione e chia­rezza su quanto il Miur pub­blica è un’azione di aper­tura e tra­spa­renza di pari dignità rispetto all’apertura dei dati».

La buona scuola pro­muove il CLIL, cioè il Con­tent and Lan­guage Inte­gra­ted Lear­ning, e alle ele­men­tari inse­gna il coding attra­verso la gami­fi­ca­tion. Valo­rizza il pro­blem sol­ving, il deci­sion making e, ove neces­sa­rio, poten­zia l’agri-business. Gli stu­denti diven­te­ranno digi­tal makers, si supe­rerà il digi­tal divide e riu­sci­remo a intrat­te­nere gli early lea­vers, ovvero quei «gio­vani disaf­fe­zio­nati» (sic) che la scuola oggi non rie­sce a tenere con sé. Per fare que­sto adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «por­tati il tuo pc da casa». Ma, non paga, la buona scuola del governo pro­porrà school bonus, school gua­ran­tee, cro­w­d­fun­ding, emet­tendo all’occorrenza social impact bonds a bene­fi­cio dei pri­vati che vor­ranno appro­fit­tare del suc­cu­lento ban­chetto dell’istruzione imban­dito da Renzi. Good appe­tite.

Ma l’anglofilia del docu­mento non si esau­ri­sce nella patina les­si­cale e nel regi­stro lin­gui­stico. La buona scuola di Renzi è quella ame­ri­cana, auto­noma nell’organizzazione, nella didat­tica e nei finan­zia­menti. È la scuola intesa non come isti­tu­zione della Repub­blica, costi­tu­zio­nal­mente garan­tita a tutti e che offre pari oppor­tu­nità di accesso cri­tico alla cono­scenza e al sapere, bensì come espres­sione dif­fe­ren­ziata, cul­tu­ral­mente mar­cata e com­pe­ti­tiva, delle realtà e delle comu­nità locali: la scuola che si fa il suo pro­getto for­ma­tivo e si cerca sul mer­cato qual­cuno che abbia inte­resse a pagarlo.

La scuola, in Ame­rica, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strap­pa­vano le terre ai Nativi e costrui­vano pri­gioni e saloon. Comi­tati locali le orga­niz­za­vano, spesso in case pri­vate, si pro­cu­ra­vano gli inse­gnanti, met­te­vano a dispo­si­zione i libri e la Bib­bia non man­cava mai. Oggi i comi­tati si chia­mano Con­si­gli Diret­tivi, sono com­po­sti da cit­ta­dini eletti e man­ten­gono gli stessi com­piti: adot­tano pro­grammi didat­tici e gesti­scono il bilan­cio. L’autonomia sco­la­stica con­sente alle fami­glie ame­ri­cane il con­trollo sui con­te­nuti dell’insegnamento — in Lou­siana e nel Ten­nes­see, la lobby crea­zio­ni­sta osta­cola tena­ce­mente l’insegnamento dell’evoluzionismo — e per­mette ai fun­zio­nari eletti di imporre con­te­nuti e metodi di inse­gna­mento nei loro distretti scolastici.

La fram­men­ta­zione della scuola pub­blica ame­ri­cana ha pro­dotto e pro­duce risul­tati sco­la­stici così sca­denti da indurre oggi il Con­gresso a forme di con­trollo cen­tra­liz­zato ex post. Stan­dard e obiet­tivi di appren­di­mento nazio­nali da misu­rare con bat­te­rie di test dai cui risul­tati dipende la soprav­vi­venza o la chiu­sura delle scuole. Un rime­dio peg­giore del male, per­ché tra­sforma l’insegnamento in adde­stra­mento e, soprat­tutto, non sol­leva gli stu­denti ame­ri­cani dalle ultime posi­zioni nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali. La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono pri­vate e costo­sis­sime; un paese in cui anche le scuole pub­bli­che, finan­ziate con la fisca­lità muni­ci­pale, pos­sono avere rette molto ele­vate e dove le più acces­si­bili si tro­vano nei quar­tieri depri­vati e accol­gono i poveri, gli svan­tag­giati, i discri­mi­nati. Un paese in cui la dispa­rità eco­no­mica è diret­ta­mente pro­por­zio­nale alla dispa­rità educativa.

C’è un pas­sag­gio, nel docu­mento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà avere la pos­si­bi­lità di schie­rare la squa­dra con cui gio­care la par­tita dell’istruzione», ossia la libertà di sce­gliere i docenti che riterrà «più adatti» per rea­liz­zare la pro­pria offerta for­ma­tiva. La meta­fora cal­ci­stica di ber­lu­sco­niana memo­ria, rivela esat­ta­mente qual è la dire­zione del governo: por­tare a com­pi­mento il pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione della gestione della scuola intra­preso da Ber­lin­guer con la legge sull’autonomia e, con­tem­po­ra­nea­mente, com­ple­tare il per­corso di arre­tra­mento dello stato inau­gu­rato da Tre­monti, fino alla com­pleta dismis­sione della scuola pub­blica. Il preside-manager, costan­te­mente in cerca di spon­sor per finan­ziare la sua scuola, sce­glierà e licen­zierà discre­zio­nal­mente i suoi docenti, affian­cato in que­sto da un nucleo di valu­ta­zione in cui la pre­senza di esterni garan­tirà forme di con­trollo politico-culturale ma soprat­tutto il ritorno eco­no­mico degli inve­sti­menti pri­vati. L’esperienza di Chan­nel One, che in Ame­rica ha un con­tratto con 12.000 scuole, impo­nendo a milioni di stu­denti in classe dosi quo­ti­diane della sua pro­gram­ma­zione tele­vi­siva e pub­bli­ci­ta­ria, dovrebbe indurre i cit­ta­dini ita­liani a una rifles­sione seria.

Il resto del docu­mento è pura dema­go­gia. La pro­po­sta del ser­vi­zio civile a scuola, la col­la­bo­ra­zione con il terzo set­tore, l’ingresso del volon­ta­riato: un omag­gio dell’esecutivo a certa cul­tura scou­ti­sta e demo­cri­stiana; il rife­ri­mento alla sus­si­dia­rietà, una striz­zata d’occhio a Com­pa­gnia delle Opere e a Comu­nione e Liberazione.

E infine, l’impegno di assun­zione di 150.000 pre­cari nel 2015, accom­pa­gnato dall’ignobile ricatto a milioni di inse­gnanti di ruolo che impone di rinun­ciare al loro attuale sta­tus giu­ri­dico e di restare inchio­dati fino alla pen­sione al loro mise­re­vole sti­pen­dio ini­ziale. Un impe­gno spac­ciato come scelta e come testi­mo­nianza della volontà del governo di inve­stire nella scuola, in realtà ine­lu­di­bil­mente impo­sto dalla pro­ce­dura d’infrazione avviata a Bru­xel­les con­tro l’Italia per la vio­la­zione della nor­ma­tiva comu­ni­ta­ria sulla rei­te­ra­zione dei con­tratti a termine.

Una pro­messa da far tre­mare i polsi in tempi di tagli dra­co­niani e di riforme feu­dali impo­ste dalla Troika: ma forse, l’ennesima vel­leità di chi, assai peri­co­lo­sa­mente, «vuo’ fa’ l’americano».

* Asso­cia­zione Nazio­nale Per la Scuola della Repubblica

LA TASSA SUL PANE?

Risanare i conti con la "tassa sul pane"

Ci sono “voci” e “indiscrezioni” che valgono più di una notizia certa. E ci sono smentite che sembrano delle mezze conferme, solo che non lo si può ammettere.

Partiamo dalla smentita del governo: “la tassa sul pane non è all’ordine del giorno né mai lo sarà”. L’ultima volta che se ne era parlato, in Italia, si chiamava “tassa sul macinato”ed era stata introdotta nel 1868 dal ministro Luigi Menabrea, nel governo guidato da Quintino Sella. Nonostante le rivolte popolari, represse nel sangue da un generale rimasto famoso per l’infamia assoluta più che per la presa di Porta Pia (Luigi Cadorna), fu abolita soltanto sedici anni dopo. Lo scopo della tassa? Risanare i conti, ovvio…

Insomma, un’idea così moderna e innovativa che il governo Renzi – i cui ministri sembrano prelevati direttamente dalle ex “classi differenziali” e buttati in prima linea tramite un casting approssimativo – potrebbe legittimamente farsela venire in testa. In fondo, basta non aver mai studiato storia…

Il giornale che ha riportato la voce, attribuendola a una richiesta diretta dell’Unione Europea, è da sempre molto “governativo”: Il Messaggero. E soprattutto con buone fonti dentro i ministeri.

La “tassa sul pane” è in realtà una buona semplificazione di una pensata leggermente più complessa: l’aumento dell’Iva dal 4 al 10% sui generi di prima necessità. Più precisamente “Bruxelles ritiene determinante una revisione delle aliquote ridotte dell’Iva e delle agevolazioni fiscali dirette”.

La parola pane non compare nel breve messaggio della Ue, ma non appena si va a vedere quali merci sono tassate in modo ridotto l’elenci è da film dell’orrore: latte, burro, formaggi e latticini, farina, riso, pasta, pane, crackers, prodotti da forno, olio, quotidiani e periodici, case di abitazione non di lusso, apparecchi ortopedici, protesi dentarie, occhiali da vista, prestazioni socio-sanitarie ed educative (scuole, asili, ricoveri in istituti di cura), servizi di mensa collettiva in scuole, ospedali, caserme, distributori automatici di cibi e bevande nei luoghi pubblici, gas domestico (per i primi 480 mc/anno di consumo).

Un aumento diretto del 6%, interamente riversato nelle casse dello Stato, di sicuro farebbe migliorare di molto i conti pubblici (oltre 5 miliardi, secondo i primi calcoli). Altrettanto sicuramente sposterebbe di qualche passo la vita di milioni di famiglie verso il baratro.

Di più. Sarebbe inevitabile una riduzione altrettanto drastica dei consumi relativi a quei generi. Il che, dal punto di vista delle famiglie, significa mangiare meno o prodotti peggiori; dal punto di vista macroeconomico significa invece avvitamento ulteriore nella recessione (minori consumi=minore produzione) e, in ultima analisi, concreto rischio che le agognate “maggiori entrate” per il fisco non ci siano affatto.

Noi non crediamo alle smentite, ci sembra ovvio. Sappiamo bene – lo abbiamo visto in Grecia e Portogallo, a Cipro e in Irlanda – che la Troika intende continuare a gestire la crisi massacrando i livelli di vita delle popolazioni. Naturalmente, pensiamo che una misura del genere dovrebbe – e persino potrebbe – essere contrastata con una mobilitazione di dimensioni e durezza ormai dimenticate.

JOBS ACT

riformalavoro3 riformalavoro2 riformalavoro1

MIGRANTI

assassinimedit migranti-mente11

I PAESI “CIVILI”

django

«Scambiata per una prostituta». Arrestata attrice di «Django»

Nel film più famoso in cui ha recitato, Django,
Tarantino racconta le storture del razzismo. Ma
l’attrice afroamericana Danièle Watts, l’11
settembre, le ha vissute in prima persona. Stava
camminando con il marito a Hollywood mentre
faceva una telefonata al padre. Ma, fermata dalla
polizia, è stata arrestata. Secondo la versione dei
due (scritta su Facebook) l’attrice sarebbe stata
fermata perché sospettata di prostituzione. Il
dettaglio è che il marito della Watts, Brian James
Lucas, è bianco. Sulla pagina Facebook dell’attrice
si legge: «Stavo parlando con mio padre al
cellulare quando due ufficiali dello Studio City
Police Department mi si sono avvicinati e mi
hanno ammanettata e costretta a salire sulla loro
auto». Il marito Brian James Lucas ha aggiunto:
«Forse qualcuno vedendoci scambiare effusioni
ha sospettato qualcosa di equivoco. Ho dato ai
poliziotti le mie generalità. Danièle si è rifiutata
perché non le sembrava di fare nulla di illegale.
Loro, in risposta al rifiuto, l’hanno ammanettata e
costretta con modi rudi a salire sulla loro auto».

LA CHIESA E LA GUERRA

Il papa ripudia la guerra, ma la cerimonia è militarizzata

Redipuglia. Le parole pacifiste stridono con il contesto. La ministra Pinotti gli dona un altare da campo

C’è una sequenza che rende chiara l’ambivalenza della visita del papa al sacra­rio mili­tare di Redi­pu­glia, ieri, nel cen­te­na­rio dell’inizio della prima guerra mon­diale. Durante l’omelia Fran­ce­sco ripete che «la guerra è una fol­lia», facendo risuo­nare le parole di Gio­vanni XXIII nella Pacem in ter­ris: «Alie­num a ratione», “roba da matti”. Pochi minuti dopo, durante l’offertorio, la mini­stra della Difesa Roberta Pinotti con­se­gna a Ber­go­glio un altare da guerra usato dai cap­pel­lani mili­tari durante il con­flitto, l’oggetto che più di tutti rap­pre­senta la legit­ti­ma­zione reli­giosa del con­flitto — una messa in trin­cea e poi via all’assalto del nemico — gra­zie al ruolo dei preti-soldato, inviati al fronte su richie­sta del gene­rale Cadorna che aveva biso­gno di chi soste­nesse spi­ri­tual­mente i sol­dati, con­tri­buendo così a man­te­nere salda l’obbedienza e la disci­plina della truppa. 

È tutta qui la con­trad­di­zione tra le parole paci­fi­ste del papa e il con­te­sto di una ceri­mo­nia for­te­mente mili­ta­riz­zata dalla gestione dell’ordinariato castrense — su 10mila fedeli par­te­ci­panti, 7.500 erano mili­tari -, non­ché l’ossimoro di una Chiesa mili­tare, il cui capo, l’arcivescovo Mar­cianò, che cele­bra la messa con Ber­go­glio, è anche gene­rale di corpo d’armata, e i cui preti sono incar­di­nati con i gradi (e lo sti­pen­dio pagato dallo Stato) nelle Forze armate.

Atter­rato di buon mat­tino all’aeroporto di Ron­chi dei Legio­nari, accolto dalla mini­stra Pinotti e dalla pre­si­dente della Regione Friuli Vene­zia Giu­lia Ser­rac­chiani, Fran­ce­sco si reca al cimi­tero austro-ungarico di Fogliano, dove sono sepolti 15mila sol­dati (oltre 12mila senza nome). Una breve pre­ghiera, poi il tra­sfe­ri­mento a Redi­pu­glia, nel sacra­rio voluto da Mus­so­lini per esal­tare e fasci­stiz­zare la memo­ria della prima guerra mon­diale e inau­gu­rato il 18 set­tem­bre 1938, giorno della pro­cla­ma­zione, a Trie­ste, delle leggi razziali.

«La guerra è una fol­lia», esor­di­sce Ber­go­glio. «Men­tre Dio porta avanti la sua crea­zione, e noi uomini siamo chia­mati a col­la­bo­rare alla sua opera, la guerra distrugge, anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra è folle, il suo piano di svi­luppo è la distru­zione». Le cause dei con­flitti secondo il papa: «Cupi­di­gia, intol­le­ranza, ambi­zione al potere», «spesso giu­sti­fi­cati da un’ideologia». E se non c’è l’ideologia, «c’è la rispo­sta di Caino: a me che importa? Sono forse io il custode di mio fra­tello?». L’espressione si può tra­durre con il motto fasci­sta «Me ne frego», per rie­qui­li­brare l’ossessivo «Pre­sente» fatto scol­pire sui 22 gra­doni del sacra­rio che ospita oltre 100mila morti (60mila ignoti) per­ché il regime mus­so­li­niano si appro­priasse dei caduti della guerra, tra­sfor­man­doli in «mar­tiri fasci­sti». Ber­go­glio ripete quello che già aveva detto ad ago­sto sull’aereo tor­nando da Seoul: anche oggi «si può par­lare di una terza guerra mon­diale com­bat­tuta “a pezzi”, con cri­mini, mas­sa­cri, distru­zioni». Tutto ciò è pos­si­bile, pro­se­gue, per­ché «ci sono inte­ressi, piani geo­po­li­tici, avi­dità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sem­bra essere tanto impor­tante. E que­sti pia­ni­fi­ca­tori del ter­rore, que­sti orga­niz­za­tori dello scon­tro, come pure gli impren­di­tori delle armi, hanno scritto nel cuore: a me che importa?».

Al ter­mine viene letta una pre­ghiera per le vit­time di tutte le guerre, e Ber­go­glio con­se­gna ai vescovi pre­senti — fra cui i car­di­nali di Vienna e di Zaga­bria Schön­born e Boza­nic — una lam­pada rea­liz­zata dai fran­ce­scani di Assisi e ali­men­tata con l’olio di Libera da accen­dere nelle loro dio­cesi durante le com­me­mo­ra­zioni della guerra. Nes­suna parola per gli obiet­tori e i diser­tori, veri eroi della guerra, come chie­deva un gruppo di preti del Nor­dest. Uno di loro, Andrea Bel­la­vite, com­menta: «Ome­lia forte nei toni, un po’ meno nei con­te­nuti, troppo gene­rici. Il papa ha denun­ciato la guerra e il mer­cato delle armi. Forse però avrebbe potuto dire qual­cosa anche a chi quelle armi le usa, i sol­dati, visto che erano pre­senti alla messa, e porre qual­che inter­ro­ga­tivo sul senso delle Forze armate».

Lettera aperta a papa Bergoglio
—  Giuliana Sgrena , 13.9.2014
Caro papa Francesco,

ho apprez­zato ancora una volta le sue parole con­tro la guerra: «La guerra è una fol­lia», ma pur­troppo al mondo ci sono ancora molti folli che la ali­men­tano. Sono una mili­tante paci­fi­sta fru­strata dal senso d’impotenza e dall’indifferenza per tutti i mas­sa­cri e le vio­lenze che si per­pe­trano nel mondo, con­tro le quali solo la sua voce sa farsi sentire.

Pro­prio per que­sto ho tro­vato para­dos­sale che la mini­stra della difesa ita­liana Roberta Pinotti, in occa­sione della sua cele­bra­zione a Redi­pu­glia, non abbia tro­vato di meglio che rega­larle un altare da campo della prima guerra mon­diale. Un modo per ricor­darle che la chiesa bene­dice le armi e chi le usa? Pro­prio per que­sto, in nome della sua estrema fran­chezza e con­cre­tezza nel con­tra­stare la guerra, le chiedo se non sia giunto il momento di rom­pere que­sta ambi­guità riti­rando i cap­pel­lani mili­tari. Una bene­di­zione non si nega a nes­suno, nem­meno a chi è caduto com­bat­tendo, ma una bene­di­zione pre­ven­tiva a chi va a com­bat­tere non è forse un ade­guarsi alla logica della guerra?

FORZE DELL’ “ORDINE”

corpoaccidentale

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 39 follower