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”Il mio ottimismo si fonda sulla certezza che questa civiltà crollerà.
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- Guy Debord
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“E’ difficile ridurre all’obbedienza chi non ama comandare” (J.J.Rousseau)

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Le parole che voi buttate
Le parole che voi buttate vuoto a perdere ai bordi delle strade le parole come poveri stracci consumate rotte calpestate le parole che avete consumato e poi buttato le parole che a voi non servono, grazie, io voglio raccoglierle e pronunciarle, le parole come caldo e come freddo e come tu e come io e come tutto il mio malinteso amore le parole che a me servono, grazie, e ancora a pronunciarle mi salvano. (Walter Cremonte)-
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L’INVENTIVA “ITALIANA”: I MILLE MODI DI CREARE PRECARIATO
13 novembre 2011 di ulisse59
Commesse «associate» Lo stipendio scende se il negozio va male
Fare la commessa. Lavorare fianco
a fianco, eseguire le stesse mansioni
della collega che ha un contratto di
lavoro subordinato. Scoprire (solo
dopo però) di venire pagata molto
meno di lei, senza alcun diritto e indennità,
rispetto a chi lavora nello
stesso scintillante negozio. In un
mondo in cui nessuno assume più a
tempo indeterminato, le grandi catene
di abbigliamento sono andate
a ripescare una norma del codice civile,
il contratto di associazione in
partecipazione, solo per risparmiare
sul costo del lavoro.
Negli ultimi anni è un vero boom.
Ragazze ingannate dalle sirene di
un contratto «sicuro» spiegato senza
specificare i rischi che comporta.
Sì, perché l’associazione in partecipazione
non è un contratto subordinato.
È una formula con cui «l’associato
» decide di partecipare agli utili
e alle perdite dell’impresa. E il suo
salario varia in base al successo
dell’azienda.Masi tratta solo di una
copertura per l’ultima frontiera del
precariato.
In questi giorni Filcams e Nidil
Cgil lanciano la campagna
“Dissociati”, con lo slogan: «Associati
in partecipazione per fare i commessi?
Nonfatevi prendere in giro»,
corredata da una cartolina con un
pesce rosso che nuota controcorrente
rispetto al branco di pesci gialli.
Tutte le lavoratrici e i lavoratori che
subiscono questo ricatto hanno un
sito internet a disposizione (www.
dissociati.it) per raccontare le loro
storie e avere informazioni su come
ribellarsi, contando sull’aiuto del sindacato.
«Nell’oceano dei 4 milioni di
precari, l’associazione in partecipazione
è una delle formule peggiori e noi
lavoriamo perché questi lavoratori
vengano allo scoperto e rialzino la testa
», attacca Mena Trizio, segretario
generale Nidil. «Noi nel terziario siamo
la nuova frontiera del precariato,
l’associazione in compartecipazione
denota il tragico declino delle strategie
delle imprese, oramai usano la
fantasia solo per trovare modalità per
risparmiare il più possibile sul costo
del lavoro», gli fa eco Franco Martini,
segretario generale Filcams.
Maquanti sono in Italia le ragazze,
ma non solo, che sono cadute in questa
trappola? La risposta è difficile.
Gli unici dati sicuri sono quelli della
gestione separata Inps. Parlano di
52.459 associati, una delle poche categorie
in aumento rispetto al 2009.
«Ma potrebbero essere perfino il doppio
- spiega Daria Banchieri della Filcams
- perché poche aziende al momento
della firma del contratto spiegano
al lavoratore che deve essere lui
ad iscriversi all’Inps. Quindi questi
50mila sono quasi certamente quelli
che hanno scoperto il trucco e a questi
vanno aggiunti tutti quelli ancora
ignari della situazione, quelli che vogliamo
raggiungere con la nostra
campagna».
Dati più certi invece sul reddito che
percepiscono: la media dichiarata
dall’Inps è di 8.919 euro che, divisi
per le 14 mensilità previste da questo
tipo di contratto, danno una media di
640 euro al mese. Una vera miseria.
Molto meno della metà del salario
perfino di un lavoratore a tempo determinato,
visto che su questa cifra
vanno poi versati i contributi.
La «martire», «il precedente giuridico
» della campagna spera di essere
Tamara, 35enne sarda trapiantata
a Bologna.
«Hovisto un annuncio sulla vetrina
del negozio: «Cercasi responsabile
». Dopo un colloquio di mezz’ora
mi hanno richiamata: «Il posto è
tuo». Il mio ragazzo studiava Giurisprudenza
e sapeva che quel contratto
prevedeva la parte sulle perdite.
Prima di firmare chiesi della faccenda
alla responsabile d’area e lei
mirispose: “Non ti preoccupare perché
l’aziendanonha mai chiesto soldi
indietro a nessuno”. Mi dissero -
continua Tamara- che avrei controllato
il negozio e invece non ho potuto
mai fare neanche un’ordine d’acquisto.
Con me c’era un’altra ragazza
con lo stesso contratto e una terza
con l’apprendistato, l’unica altra
forma di contrattto che oggi si usa.
Non dovevamo avere orario, però ci
imponevano di essere una all’apertura
e una alla chiusura, più due ore
di compresenza per organizzare il
negozio: totale molto più di 8 ore.
In più le domeniche e i periodi di
“saldi” e Natale con orari assurdi,
senza nessun riconoscimento in busta
paga. Una busta paga fatta di
“anticipi” fissati rispetto al rendiconto
annuale e conuna percentuale sugli
utili che varia da negozio a negozio,
solo per far venire il totale sempre
uguale a 1.000 euro al mese, come
ho scoperto dopo parlando con
altre ragazze che hanno fatto la mia
fine».
NOVE MESI DA INCUBO
Il calvario di Tamara è durato nove
mesi. «Nove mesi di inferno e di cazziate,
fatte dalla responsabile d’area
che veniva due volte a settimana e ci
prendeva a male parole anche davanti
ai clienti e alla ragazza apprendista
».Uncalvario finitoquando Tamara
ha deciso di rivolgersi alla
Cgil. «Subito l’azienda mi mandò la
lettera in cui mi chiedeva di restituire
ben 11.350 euro, contro i 9mila
ricevuti, a causa delle “perdite” del
negozio a cui io avrei dovuto associarmi,
comeda contratto.Hoavuto
questa forza e adesso la Cgil mi dà
quella di andare fino in fondo». La
forza di non firmare il tentativo di
conciliazione,quando «una dirigente
venuta da fuori senza avvocato
mi offrì duemila euro in cambio della
mia firma per dichiarare che il
contratto in associazione era stato
corretto». Ora invece Tamara ha deciso
di fare causa all’azienda.
È la prima a «rialzare la testa».
Massimo Franchi – L’Unità 13.novembre.2011
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Pubblicato in Commenti ed Editoriali, Crisi e lavoro, DEGRADO, ITALIA ?!? | Lascia un commento
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