Un capro espiatorio
per sfogare la rabbia, un
eroe senza macchia per placarla.
E’ la formula un po’ stucchevole
delle storie italiane al
tempo della crisi. Anche nel
dramma del Giglio la realtà è
stata immediatamente diluita
in un fumetto.
Servivano un’immagine
evocativa (la nave sdraiata su
un fianco, simbolo del Paese alla deriva)
e uno Schettino che riempisse
il vuoto lasciato da Berlusconi
alla casella Figuracce
& Bugie e assommasse
su di sé l’orrore del mondo
(ieri il Tg5 ha definito i suoi
tratti fisici «lombrosiani» e
il Tg3 lo mostrava in smoking
come il comandante di
«Love Boat» per suggerire
maliziosamente la sua inconsistenza
morale, quando
TUTTI i comandanti di
una crociera indossano lo
smoking, nelle serate di gala).
Mancava ancora il buono,
che nella trama assolve
al compito cruciale di riscattare
l’onore ferito della
collettività, fortificandola
nell’illusione di essere migliore
di quanto non sia.
Adesso anche il buono c’è.
Ovviamente facciamo
tutti il tifo per De Falco, il
capo assertivo della Capitaneria
di Livorno che nella
ormai celebre telefonata ordina
al comandante Schettino,
già inscialuppatosi verso
la riva, di tornare sulla
nave e comportarsi da uomo.
(Ordine vano, peraltro,
come quasi tutti gli ordini
dati in Italia, perché Schettino
gli dice di sì e poi continua
a scappare).
Eviterei però il gioco insistito
dei paragoni: l’eroe contrapposto
al vigliacco, l’italiano
buono all’italiano cattivo,
fino all’urlo autoassolutorio
che ho letto su un blog: «Io
sono De Falco». Anch’io. Anche
Schettino, credetemi, se
fosse stato sulla poltrona di
De Falco sarebbe stato De Falco
e avrebbe dato ordini perentori
al se stesso vigliacco
che tremava in mezzo al mare
per la paura di morire.
Non voglio togliere meriti
al valido ufficiale della Capitaneria,
ma contesto l’abuso del
termine «eroe», che in un’epoca
che ha smarrito il significato
delle parole viene appuntata
sul petto di chiunque fa
semplicemente il proprio dovere:
rifiutando una mazzetta
se è un funzionario pubblico,
denunciando un giro di scommesse
se è un calciatore, assumendosi
le proprie responsabilità
se esercita un ruolo di responsabilità.
Dall’Iliade a Harry
Potter, l’eroe è colui – soltanto
colui – che mette a repentaglio
la propria vita. E
non perché la disprezza (quello
è il fanatico), ma perché è disposto
a sacrificarla in nome
di un valore più elevato: l’amore
(a-mor, oltre la morte).
Non escludo che l’ottimo
De Falco sarebbe stato un
eroe: il destino non gli ha consentito
di mettersi alla prova.
Dubito che lo sarei stato io e
tanti altri che disputano sulla
viltà di Schettino. Per me nella
storiaccia del Giglio esistono
persone inadeguate e altre
adeguate, ma un unico vero
eroe. Il commissario di bordo
che con la gamba spezzata ha
continuato a salvare le vite degli
altri.
Massimo Gramellini – La Stampa 18.gennaio.2012







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