È morto l’inventore del flipper e sono andato in tilt. Più
che l’inventore era il perfezionatore che costruì le due palette
(flippers) azionabili dai pulsanti ai lati del trabiccolo,
trasformando un gioco di pura fortuna in qualcosa dove potevamo
illuderci c’entrasse l’abilità. Si chiamava Steve Kordek
e aveva 100 anni: il flipper allunga la vita. Mi guarderò
bene dall’imbastire l’elogio nostalgico dei giochi da bar. La
modernità è una meraviglia e non c’è nulla di più emozionante
che trascorrere le ore nella solitudine del proprio salotto
spingendo i tasti di un computerino per condividere
vittorie e sconfitte virtuali con una macchina o addirittura
con qualche amico appartenente alla razza umana raggiungibile
tramite twitter, facebook o sms. Però lasciatemi dire
a mezza voce che non era poi malenemmenoil flipper.
Intorno a quell’aggeggio colorato e chiassoso, un frammento
di Las Vegas capitato quaggiù, imparavi un mucchio
di cose sul mondo e su di te. Conoscevi l’imperscrutabilità
del dolore quando la pallina si infilava con perfida precisione
in mezzo alle palette, vanamente sbatacchiate come le
nacchere di uno strabico. Assaporavi il piacere della rivalsa
quando lo smargiasso della compagnia scuoteva il flipper
neanche fossero i fianchi di una preda erotica, ma veniva
atterrato dall’immancabile castigo divino: il tilt. E scoprivi
il piacere impagabile del lavoro ben fatto quando colpivi
il cuore della pallina e la vedevi improvvisare una danza
dionisiaca fra i buchi del percorso, raddoppiando il punteggio
a ogni rimbalzo. Felicità minime, ma piene. Quanto
vorrei essere capace di assaporarle ancora.
Massimo Gramellini – La Stampa 24.febbraio.202






