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UNA FACCIA UNA RAZZA

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DEDICATO AI RIFORMISTI

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Per i “giovani”:

Si possono emanare o chiamare decreti e leggi in mille modi, anche “jobs act”, ma le storie sono sempre le stesse. Oggi come allora le dinamiche non cambiano e queste erano le dinamiche, con gli scioperi e i crumiraggi.

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Picchetto1 CFWpnmWXIAAMLNn Picchetto1 CFWpnmWXIAAMLNnRoma. Squadracce fasciste caricano i facchini in sciopero. 4 feriti

Dalle 4 di questa mattina i facchini Sda dei magazzini romani di via di Corcolle sono scesi in sciopero in solidarietà ai lavoratori dell’Hub di Bologna sotto licenziamento. Dopo la rottura di ieri dell’ennesimo tavolo di trattativa, la risposta dei facchini, dei solidali e dei proletari in lotta è giunta forte e determinata, con un picchetto molto partecipato ed un blocco di oltre due ore delle merci in entrata.

Alle ore 7 circa, mentre gruppetti di crumiri tentavano di entrare nei magazzini scortati dai capetti, una squadraccia di una decina di driver e crumiri, capeggiata da un responsabile Sda ed un padroncino, entrambi noti fascisti, ha attaccato il presidio con manganelli telescopici, bottiglie e caschi.

Impassibile la reazione delle due volanti della polizia presenti sul posto già dalle prime ore del mattino. L’attacco, visibilmente premeditato, ha colto di sorpresa il picchetto estremamente partecipato e determinato a resistere, causando il grave ferimento di 4 facchini – trasportati d’urgenza al pronto soccorso – e alcune lesioni per molti dei solidali accorsi in sostegno.

La reazione del picchetto, immediatamente ricompattato, è stata pronta e decisa, con un fronteggiamento durato pochi minuti che ha comunque segnato e costretto alla ritirata la squadraccia infame. Intanto sono giunti sul posto due blindati della celere che si sono prontamente schierati tra i due blocchi, favorendo  l’infame ritirata.

Il blocco delle merci, dopo oltre due ore di resistenza,  è stato così sospeso, causando comunque ingenti perdite e ritardi per l’azienda.

La lotta dei facchini Sda e nell’intero comparto della logistica italiana non si arresta e non si lascerà intimidire da questi vigliacchi attacchi! La lotta continuerà dura e determinata, fino a che tutti i facchini di Bologna non saranno reintegrati.

La solidarietà è un’arma e se toccano uno toccano tutti!

Infoaut

Pochi giorni fa un bambino senegalese litiga con una sua compagna di classe. Parte la crociata dei media italiani: “Spintonata perchè portava il crocifisso”. La retorica del mostro non risparmia neanche i bambini, soprattutto se stranieri.

Va garantito l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale, ma lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; (…) va altresì evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione”, Carta di Treviso, norme 2 e 3.

Da un paio di giorni le home page dei principali quotidiani nazionali – Repubblica e Corriere della Sera in primis – mettono in primo piano una notizia: “Bimba aggredita fuori scuola perché portava crocifisso al collo”. Secondo quanto riportato dai solerti giornalisti, la ragazzina sarebbe stata spinta da un compagno di classe, senegalese, per la sua appartenenza religiosa: da qui è partito un fitto lancio d’anatemi contro il bambino e la sua famiglia a cui, ovviamente, ha partecipato anche Matteo Salvini che, su Facebook, ha scritto: “A Terni una ragazzina di 12 anni è stata aggredita da un coetaneo all’uscita della scuola, 20 giorni di prognosi per la bimba.

L’aggressore è un ragazzino africano (non imputabile perché troppo giovane) che da giorni insultava e minacciava la coetanea, perché portava al collo una collanina con il CROCIFISSO. Il ragazzino, e i suoi parenti, vengano rispediti AL LORO PAESE!!! Che bella integrazione”.

La psicosi de “l’immigrato che viene in Italia a delinquere”, dei “miliziani dell’Isis che arrivano con i barconi” e, ultimo ma non meno importante, dello “straniero che ci ruba casa e lavoro”, è ormai totalmente fuori controllo. Nonostante nessuna statistica e ricerca fino a oggi abbiano mai mostrato l’equazione “migrante-criminale”, nonostante si faccia notare che chi arriva con i barconi è chi scappa dall’Isis, nonostante gli stranieri siano i più discriminati e sfruttati sul posto di lavoro e, se arrivano prima in graduatoria per avere la casa (cosa che in realtà accade abbastanza di rado), è solo perché stanno messi molto peggio di altri cittadini, c’è chi ancora parla per falsi luoghi comuni e ritornelli intrisi d’odio. Ma odio verso di chi?

Non verso i palazzinari e i costruttori, che della speculazione edilizia hanno fatto un’arte, non verso i datori di lavoro che vogliono assumere solo persone da sfruttare per i propri profitti – meglio poi se clandestine, così sono anche più ricattabili -, non verso i vari Buzzi e Carminati che, grazie al business dei centri d’accoglienza hanno fatto più soldi sulla pelle dei migranti che con il traffico di droga. No. L’odio è piuttosto indirizzato verso le principali vittime di questo stesso sistema di ricatto e sfruttamento.

È vero che non sempre si possono costringere le persone a ragionare, ma è anche vero che c’è chi ce la sta mettendo davvero tutta per alimentare il clima d’odio nei confronti di chi è più povero, diverso o emarginato. Una fetta consistente di questa responsabilità ce l’ha la classe politica che, da anni ormai, ha capito che le campagne elettorali che funzionano sono quelle che toccano le corde più basse dall’animo umano: e quale miglior soggetto dello spauracchio dei giorni nostri, del migrante, l’uomo nero per eccellenza? Un tempo erano gli “zingari”, poi il pericolo sono diventati gli albanesi e i rumeni, adesso è la volta di africani, arabi e – ormai un’evergreen – dei rom. Da Grillo a Salvini il linguaggio politico odierno è intriso d’odio verso queste persone, capro espiatorio di qualunque male attraversi il paese. Quindi si inscenano giornalmente siparietti che vanno dalla Santanché, che chiede quale sia la nazionalità dei piloti dell’Airbus della German Wings a Salvini, che si sente in dovere d’intervenire in una banale lite tra ragazzini delle medie.

L’episodio dei giorni scorsi, quello del bambino sbattuto in prima pagina perché si era picchiato con una compagna di classe, è stato uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano. “Picchiata perché portava il crocifisso” è stato il titolo di apertura di questi articoli: nessuno si è preoccupato di verificare una fonte più attendibile della bambina e della mamma, nessuno si è preoccupato di sentire anche la versione del bambino ma, cosa ancora più scandalosa, nessuno ha pensato al fatto che una “notizia” del genere non avrebbe proprio dovuto essere data. Una banale lite tra ragazzini fuori da scuola è diventato un caso nazionale grazie al quale adesso, con molta probabilità, la famiglia e il ragazzino si troveranno a vivere una situazione non poco di disagio nella piccola cittadina in si sono inseriti. Lo sciacallaggio mediatico è arrivato a un punto talmente vergognoso da pubblicare le foto del bambino – definito aggressore – mentre gioca a biliardino in parrocchia.

“Sbatti il mostro in prima pagina anche quando non esiste” è il nuovo imperativo della politica e dei media: poi, se l’informazione si rivela errata, non ha nessuna importanza se si sia intanto rovinata la vita di un’altra persona, anche se questa fosse solo un bambino.

È doveroso far notare a queste persone che gli spintoni tra bambini non sono cose che capitano solo ai giorni nostri, da imputare alla presenza di bambini stranieri all’interno delle classi: queste cose succedono dall’alba dei tempi e, se ogni prima pagina sarebbe dovuta essere dedicata a una rissa accaduta fuori dalle scuole medie, i quotidiani avrebbero dovuto avere il triplo delle pagine e parlare solo di quello.

Oggi interessava rovinare la vita di quel bambino perché funzionale sia al clima politico sia alle direttive editoriali di qualche giornale. La banalità di quei due spintoni – dati, si è poi scoperto, perché erano giorni che il bambino era preso in giro perché di colore e non per il crocifisso – non è nemmeno paragonabile alla banalità del male che ha permeato questa vicenda. Perché non è possibile che chi ha gettato benzina su una vicenda del genere, non fosse consapevole delle torture psicologiche cui avrebbero sottoposto un bambino di dodici anni.

di Natascia Grbic – Dinamo Press

CARO RENZI

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Gen­ti­lis­simo Pre­si­dente del Con­si­glio, ritengo la sua let­tera, reca­pi­ta­taci mer­co­ledì, una forma di pro­pa­ganda, che, ammessa e com­pren­si­bile per un segre­ta­rio di par­tito in calo di con­sensi, non è ammis­si­bile né com­pren­si­bile per un Pre­si­dente del Con­si­glio, che ha tutti i mezzi per espri­mersi, senza dover inva­dere le caselle postali dei cit­ta­dini per con­vin­cerli a forza della bontà di un prov­ve­di­mento che man­tiene osti­na­ta­mente molti lati oscuri.

Al punto 1 della sua let­tera, in effetti, dimo­stra di igno­rare le richie­ste dei sin­da­cati, quindi dei rap­pre­sen­tanti di noi lavo­ra­tori della scuola, che chie­diamo in migliaia di stral­ciare dal dise­gno di legge il capi­tolo assun­zioni, per inse­rirlo in un appo­sito decreto legge che con il suo carat­tere d’urgenza darebbe la sicu­rezza delle assun­zioni. Per­ché tenerlo nel ddl, allora? Si tratta di un’evidente arma di ricatto, con cui il suo Governo cerca di divi­dere il fronte della protesta.

Al punto 4 dimo­stra di igno­rare ciò che avviene nei Paesi a cui dice di rifarsi. In Fran­cia il merito è pre­miato con scatti di car­riera, ma que­sti scatti sono deter­mi­nati da con­corsi pub­blici, non da chia­mate dirette di que­sto o quel pre­side. La Mini­stra Ste­fa­nia Gian­nini cono­sce come fun­zio­nano Capes e Agre­ga­tion in Fran­cia: per­ché non ha pro­po­sto un mec­ca­ni­smo con­cor­suale simile?

Al punto 5 non chia­ri­sce la più con­te­stata delle que­stioni, quella del pre­side, ma non rie­sce a con­te­nersi e alla fine della let­tera rivela la verità: Lei non demorde, con­ti­nua a insi­stere affin­ché il pre­side sia chia­mato a sce­gliere «tra vin­ci­tori di con­corso, in un ambito ter­ri­to­riale ristretto». Pre­si­dente, ma si rende conto? Crede che siamo dav­vero dei bab­bei? Chi è il pre­side per deci­dere quali sareb­bero i migliori inse­gnanti in tutte le disci­pline, un tut­to­logo? E chi garan­ti­sce sulla sua capa­cità di scegliere?

Lei ha per­sino l’ardire, Pre­si­dente, di umi­liarci, men­tre invade ino­pi­na­ta­mente le nostre caselle di posta, affer­mando che «la buona scuola c’è già. Siete voi. O meglio: siete molti tra voi, non tutti voi». Ammet­tiamo pure che sia vero: non tutti gli inse­gnanti sono bravi. A parte l’ovvietà della con­sta­ta­zione — tutti gli uomini sono forse alti, belli e forti? — essa afferma una verità che vale anche per i pre­sidi. Non tutti i pre­sidi sono bravi. Per la legge dei grandi numeri, però, è più facile tro­vare un inse­gnante bravo che un pre­side bravo, gen­ti­lis­simo Pre­si­dente. Rifletta su que­sto sem­plice dato. E se a sce­gliere gli inse­gnanti fosse un pre­side inca­pace? Chi risar­ci­rebbe gli inse­gnanti esclusi? Lei?

Ai punti 6 e 7 parla prima di coin­vol­gi­mento dei ragazzi nelle aziende, poi di edu­ca­zione alla cit­ta­di­nanza, dimo­strando come nella sua visione del mondo il com­pito di for­mare i cit­ta­dini debba essere assunto da una scuola azien­da­liz­zata, con i ragazzi che dovreb­bero essere per un certo periodo al ser­vi­zio delle aziende, pie­gan­dosi sin dall’età della for­ma­zione ai rap­porti di potere, men­tre un cit­ta­dino con­sa­pe­vole potrebbe anche con­te­stare que­sto ordine delle cose, imma­gi­nando un mondo, in cui sono le aziende che vanno a impa­rare nelle scuole come si governa in maniera col­le­giale un’organizzazione.

In ultimo, a «ognuno» di noi chiede di discu­tere: ora? Men­tre state varando la riforma? Ora Lei vor­rebbe farci cre­dere che ascol­terà «ognuno» di noi? Insomma, que­sto è troppo. Lei in que­sta let­tera dimo­stra di aver perso la bus­sola. È ora che lasci spa­zio a qual­cun altro che sap­pia rap­pre­sen­tare meglio quella «potenza super­cul­tu­rale» — ma forse voleva scri­vere «super­po­tenza cul­tu­rale», come ha soste­nuto nel video? — che è l’Italia.

Non le auguro buon lavoro, per­ché sarei un ipo­crita, visto che le ho appena chie­sto di dimettersi.

Con molta indignazione.

Valerio Cuccaroni* docente di let­tere ad Ancona

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