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ELEZIONI ISRAELE

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ULTIMATUM ALLA GRECIA

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ELEZIONI IN ISRAELE

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studenti
Cari studenti delle superiori del ventunesimo secolo,

la settimana prossima comincerà un nuovo semestre e mi sento costretta a chiedervi scusa. Nonostante tutti i nostri sforzi, noi insegnanti non siamo riusciti a persuadere quelli che hanno il potere politico a cambiare il nostro sistema educativo. A quanto sembra, non siamo capaci di convincere il nostro premier che investire sulla vostra istruzione andrebbe a vantaggio di tutti noi e non inquinerebbe né l’acqua né l’aria.

Perciò, finché i vostri bisogni educativi non prevarranno su quelli delle multinazionali straniere, vi prego di accettare le mie scuse.

Mi dispiace che dobbiate venire a scuola così presto la mattina, anche se varie ricerche nel campo delle neuroscienze hanno appurato che il cervello degli adolescenti non funziona in modo ottimale prima delle dieci.

Mi dispiace che dobbiate chiedermi il permesso di uscire dalla classe per andare a fare pipì anche se avete già la patente, un lavoro part-time e state prendendo decisioni importanti per il vostro futuro dopo la scuola.

Mi dispiace che ogni giorno siate costretti a stare seduti per sei ore anche se molti studi hanno dimostrato che stare seduti troppo a lungo danneggia sia le capacità cognitive sia la salute.

Mi dispiace che siate divisi per età e costretti a procedere attraverso il sistema scolastico con i vostri coetanei come se l’età anagrafica avesse qualcosa a che vedere con l’intelletto, la maturità, le competenze o l’abilità.

Mi dispiace che quelli di voi che incontrano difficoltà a scuola non ricevano il giusto sostegno perché finanziare i vostri bisogni non è tra le priorità dell’attuale politica economica.

Mi dispiace che dobbiate studiare materie che non vi interessano in un’epoca in cui la somma totale delle conoscenze umane raddoppia ogni dodici mesi.

Mi dispiace che vi facciano credere che per ottenere il massimo dei voti dovete competere tra voi, quando i progressi umani sono sempre stati frutto di una collaborazione che spesso a scuola viene considerata “imbrogliare”.

Mi dispiace che siate costretti a usare dei libri di testo che contengono informazioni superate e troviate a scuola tecnologie obsolete della cui manutenzione nessuno si occupa.

Mi dispiace che quello che chiamano insegnamento personalizzato in realtà non lo sia affatto. L’insegnamento veramente personalizzato costa troppo, lo capite?

Mi dispiace che sia improbabile che la Strategia innovativa, la riforma scolastica della British Columbia tanto strombazzata dal governo attuale, produca cambiamenti significativi a parte un nuovo modo per calcolare quello che si fa a scuola.

Ma, soprattutto, mi dispiace che il sistema educativo vi costringa a far parte di un’economia estrattiva quando il nostro ambiente, senza il quale non ci sarebbe nessuna economia, sta subendo una crisi climatica che ci imporrà una rapida riconfigurazione di tutto quello che stiamo facendo in campo sociale, politico ed economico, e per la quale siamo del tutto impreparati.

Mi dispiace moltissimo.

Vorrei che la vostra curiosità non fosse soffocata dal conformismo scolastico.

Vorrei avere una bacchetta magica per darvi il tipo di scuola in cui ci sono spazi per analizzare ed esplorare, sperimentare e apprendere in modo diverso.

Vorrei avere il potere di riaccendere la passione e il desiderio di imparare che leggo nei vostri occhi prima che entriate a scuola.

Vorrei potervi aiutare a ricordare che prima di essere studenti eravate scienziati che sperimentavano, scoprivano, si ponevano domande e facevano collegamenti.

Eravate anche poeti… vi ricordate quanto divertiva e sorprendeva gli adulti intorno a voi il modo in cui descrivevate le cose?

Siete nati per imparare. Non potete non imparare.

Mi dispiace che vi facciano credere che l’unico apprendimento che conta sia quello che avviene a scuola. Anzi, poi, solo quello che avviene in classe. E nemmeno conta tutto quello che si impara in classe: alla fine conta solo quello che troverete nei test.

Vorrei potervi portare in altri posti dove il sistema educativo pubblico è una priorità di politici convinti che la futura società del loro paese dipenderà dalle caratteristiche del sistema educativo.

In un’epoca in cui la nostra vita dipende dall’ingegnosità nel risolvere i problemi più difficili, sprechiamo le potenzialità che ha la nostra mente di trovare soluzioni creative. L’adolescenza è il periodo in cui gli esseri umani raggiungono il culmine del loro sviluppo cognitivo. Le prove della vostra capacità di pensare “fuori degli schemi” e di trovare soluzioni creative sono ovunque intorno a noi.

Vorrei poter mostrare alle autorità ciò che dovrebbero vedere per rendersi conto di quello che siete capaci di fare, se solo ve ne dessero la possibilità.

Se solo…

Con sincero affetto.

Lizanne Foster è un’insegnante canadese. Ha scritto questo articolo sul suo blog

(Traduzione di Bruna Tortorella) L’Internazionale

 

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«Mi piacerebbe insegnare
l’aquilone ai
figli della padrona,
si divertirebbero. Ma non so se
riuscirebbero a volare: in questa
città non c’è né spazio né vento
né azzurro. Si impiglierebbe nelle
antenne, temo, resterebbe lì a
morire».
Chi parla è Fatima, la ragazzina
pakistana che, invisibile tra gli
invisibili, ha condiviso le giornate
lavorative con Iqbal. Piccola se
n’è anche innamorata perché lui
era gentile e la «vedeva», la lasciava
«esistere». Ora pensa a quel
suo amico, nel suo nuovo paese,
l’Italia. Le capita soprattutto di
notte, quando si sveglia per il
freddo.
È lei la custode
della storia di Iqbal
Masih, il bambino
pakistano schiavo
della tessitura dei
tappeti che si ribella
e diventa un sindacalista
in erba
per necessità, denunciando
la crudeltà
dei suoi padroni.
Sognava di
studiare legge da
grande, per poter
difendere i diritti di
tutti. Invece, il 16 aprile 1995 – domenica
di Pasqua – alcuni proiettili
spezzarono la sua vita. Iqbal
si accasciò come un fuscello,
mentre correva in bicicletta nella
sua città, Muridke.
Sono passati vent’anni da quel
brutale assassinio e Francesco
D’Adamo, in Storia di Iqbal,
un’edizione speciale vent’anni
dopo (EL, Einaudi Ragazzi, pp.
139, euro 11, con una introduzione
di Gad Lerner), ripropone
quella vicenda, trasformando
una biografia drammatica in un
romanzo di formazione. L’espediente
letterario dell’autore anche
di Oh, Freedom! (sulla schiavitù
nelle piantagioni di cotone)
è quello del racconto di una testimone,
la bambina che all’epoca
dei fatti era lì, dal tramonto all’alba
al telaio, sfinita dagli orari di
lavoro. A dissetare la sua voglia
di libertà, solo i rami fioriti di un
mandorlo inquadrati da una finestrella.
«Il riposo durava un’ora, la fame
molto più a lungo», confessa
Fatima. E se qualcuno dei lillipuziani
lavoratori commetteva un
errore, c’era la punizione
della  «Tomba»: una cisterna
interrata  nel cortile dove si
finiva rinchiusi,
boccheggiando
per la mancanza
d’aria e l’angoscia
del buio. Naturalmente  la Tomba
I000739_-1toccava soprattutto
a Iqbal. Fatima
ricorda bene
quando arrivò
quel ragazzino
«sfrontato»: era un caldissimo
giorno d’estate.
Venduto per debiti dal padre,
non pensava ad altro che a scappare
e nei suoi sogni di fuga c’era
sempre anche lei, la sua amica
del cuore. Prima di morire, diventerà
celebre, viaggerà in America
e in Europa, farà discorsi davanti
ai potenti e denuncerà il lavoro
minorile. Poi, verrà inghiottito
dalla terra, a 14 anni.

Arianna Di Genova Il Manifesto 14.marzo.2015

IL RAZZISMO QUOTIDIANO

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RAZZISMO CAPITALE
· L’infiltrazione nera, leghista e mafiosa nelle relazioni quotidiane

«Scimmia, torna nella foresta» Sadismo a via Sannio. E tutti zitti

Èun sabato del mese di marzo, intorno
alle 13.30. Sono, con mio marito,
al mercato di via Sannio, ben noto a
Roma per la vendita di abiti nuovi e usati,
e per essere frequentato da una clientela
molteplice per fasce di età e condizione
sociale.
Mentre percorro con lui una delle corsie
verso l’uscita, una scena inaspettata ci
colpisce come una frusta. Un tipo tarchiato,
dall’aria eccitata, lancia insulti razzisti
contro un giovane di bell’aspetto (di origine
bangladese, poi capiremo), che sta davanti
al banco di abiti maschili nuovi presso
cui lavora: silenzioso, immobile, imbarazzato.
Il tipo – egli stesso venditore, probabilmente
titolare, del banco accanto –
gli urla ripetutamente, in romanesco:
«Scimmia, tornatene nella foresta!».
Un gruppo di uomini gli sta intorno,
come lui a mangiare qualcosa. Alcuni
sghignazzano, uno obietta: «Che stai a
di’? Pure in Bangladesh c’hanno i grattacieli!
». Tutti ridono, divertiti dalla nobile
tenzone. Dei clienti che passano, nessuno
interviene.
Via Sannio-2-3Mi avvicino e grido al tarchiato di smetterla.
Mi risponde, con tono minaccioso,
che è libero di dire e fare ciò che vuole.
Noi due ribattiamo che sta pronunciando
ingiurie razziste, quindi punibili
per legge, e minacciamo di chiamare i vigili
urbani. Lui, per niente intimorito, si
mette a sciorinare quasi l’intero repertorio
di cliché razzisti: «Ce stanno a ruba’
tutto: case, lavoro, donne…»; «Ahó, se
questi nun li cacciamo, i figli nostri hanno
da fà i schiavi loro!».

«Scherzi» così, ogni giorno

Mentre noi gli strilliamo che sta dicendo
«fregnacce» da ignorante, alcuni della sua
cerchia lo giustificano: «È il suo modo di
scherzare. Lo fa ogni giorno…». Mi giro
verso il giovane bangladese, muto e imbarazzato,
incrocio il suo sguardo, mi avvicino.
Lui spezza il silenzio per mormorarmi,
in un italiano quasi impeccabile: «Grazie,
signora, ma lasci stare. Se no, per me
è peggio, dopo».
Ci allontaniamo di poco. Quando ci voltiamo,
il razzista ha quasi finito di mangiare
il suo panino. In modo ostentato spezzetta
ciò che ne è rimasto e lancia i tocchi
contro i piedi della sua vittima, gridandogli:
«Tiè, magna, scimmia!». Il bangladese
non reagisce. Ci dirigiamo verso l’uscita,
voltandoci un paio di volte per gridare di
nuovo allo scalmanato di smetterla. Per
tutta risposta, lui lancia con forza la bottiglia
da cui ha bevuto, piena a metà d’acqua
minerale, contro le gambe della sua
vittima. La quale, pur con i pantaloni bagnati,
resta immobile dinanzi al banco, e
in silenzio.
Mentre usciamo, uno del mercato, seduto
su una sedia al limite tra la corsia e il
marciapiede, ci avverte sottovoce: «Lasciatelo
sta’, quello, è pericoloso. È fascista,
come tutta la sua famiglia».
È l’unico a censurare quel comportamento,
ma si è guardato bene dall’intervenire
in difesa della vittima. Anche lui ci lavora,
in quel mercato. Non potrebbe più se
si schierasse apertamente contro «quello».
Continuare a lavorare lì sarebbe ancor
più impossibile per il giovane bangladese,
se mai osasse ribellarsi. Possiamo immaginare
quale sia la sua vita: un lavoro al nero,
senza alcuna garanzia, al servizio di un
proprietario italiano che esige il massimo;
probabilmente una famiglia da mantenere
in patria; l’umiliazione quotidiana e la
necessità di sopportare quel gioco sadico
senza reagire.
Impotenti ci sentiamo anche noi, che
pure siamo in posizione quanto meno pari
a quella del suo persecutore. Qualunque
cosa facessimo di più efficace, sarebbe
pretesto per una pesante ritorsione nei
suoi confronti.
La scena cui abbiamo assistito deve essere
una sorta di copione perverso che si
ripete ogni giorno, durante la pausa per il
pranzo: quando i clienti son pochi e c’è
un po’ di tempo per svagarsi. È un’esibizione
di sadismo, tanto più eccitante per
il fatto che la vittima, a causa della sua oggettiva
impotenza, è costretta a recitare la
parte del masochista. Tanto più esaltante
per il fatto di avere intorno un coro compiacente
che mostra di divertirsi. Anche
quando uno del coro contraddice il primo
attore –«Pure in Bangladesh c’hanno i
grattacieli!» – è sempre all’interno del copione
prestabilito.
Su piccola scala è una rappresentazione
perfetta della dialettica razzista. Come
nell’antisemitismo più classico, l’altro,
pur se bianco, istruito, gentile, è comunque
l’incarnazione di una minaccia («Ci
rubano tutto: case, lavoro, donne») e di
un complotto («I figli nostri faranno i loro
schiavi»). Proprio perché superiore al locutore
razzista per istruzione e buona educazione,
l’altro deve essere inferiorizzato
come scimmia (che a sua volta è stata svalutata
e degradata).

reato_immigrazione_clandestina_ordinamento_italianoCalderoli e «il nome dell’altro»

La dialettica razzista non è cosa che riguardi
solo il carnefice e la vittima, né solo
il contesto circoscritto del quale ho raccontato.
Nel corso degli anni, il discorso
razzista si è diffuso e legittimato come discorso
pubblico quasi normale, soprattutto
grazie alla pedagogia di massa (l’abbiamo
scritto mille volte), esercitata dalla Lega
Nord.
Il ricorso all’epiteto insultante di scimmia,
ripescato dal repertorio del razzismo
di stampo biologista, ereditato poi dal fascismo,
è stato accreditato anche da locutori
istituzionali, addirittura dal vice-presidente
del Senato, Roberto Calderoli. Nel
corso del 2013, il suo utilizzo ha conosciuto
un’impennata vigorosa grazie alla persecuzione
quotidiana ai danni di Cécile
Kyenge, attuata soprattutto dai leghisti,
Calderoli in testa.
Così che «scimmia» si è banalizzato fino
a diventare il nome dell’altro. Di qualsiasi
provenienza e sembianze egli sia: negli
stadi in tal modo s’insultano calciatori
colombiani, brasiliani, italo-francesi, belga-
marocchini, albanesi, napoletani,
siciliani…
L’episodio di via Sannio, come altri simili,
non attiene solo a pratiche discorsive.
È anche una piccola spia dell’imbarbarimento
della Capitale, della sua decadenza
morale, della profonda infiltrazione nera
e mafiosa che condiziona pure le relazioni
quotidiane. Il razzismo è penetrato
anche tra le classi subalterne, è arrivato
nelle periferie popolari, fomentato da
gruppi di estrema destra, compresi i «fascisti
del Terzo Millennio». Che oggi, protetti,
rafforzati e ringalluzziti dall’alleanza
con la Lega Nord, moltiplicano provocazioni
e raid contro i migranti.
La riluttanza ad ammettere che il razzismo
possa allignare tra le classi popolari è
ben esemplificata dalla frusta formula di
«guerra tra poveri», abusata anche a sinistra,
pure nei casi in cui è evidente che si
tratta, se mai, di guerre contro i più poveri.
Guerre asimmetriche, non solo perché di
solito gli aggressori sono i nazionali, ma anche
perché essi, se pur disagiati, godono
del privilegio della cittadinanza italiana,
che conferisce loro qualche diritto in più.
Nel caso del mercato di via Sannio, il
privilegio, anche quanto a posizione sociale,
incoraggia il sadismo verso una vittima
inerme, la complicità dei sodali del persecutore,
il silenzio e l’inerzia dei testimoni.

Annamaria Rivera – Il Manifesto 12.marzo.2014

razzismoquotidiano

LA VERA BUONA SCUOLA

la vera buona scuola

  Il ritorno

Alcuni bambini
posano
insieme alla
loro maestra
nel giorno
in cui sono
riusciti a
tornare a
scuola a
Kobane,
la città curda
in territorio
siriano,
al confine
con la Turchia,
nella quale
la popolazione
ha respinto
l’occupazione
dell’Isis in
quattro mesi di
battaglia.

Foto: Karagiannis (Afp)

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