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Archive for the ‘Commenti ed Editoriali’ Category

18ins-galeano-
L’impero del consumo

L’esplosione del consumo nel mondo di oggi fa più rumore della guerra e più baccano del carnevale.
Come dice un antico proverbio turco, chi beve a credito si ubriaca due volte. La bisboccia ottunde
e obnubila lo sguardo; e quest’enorme sbronza universale sembra non conoscere limiti di spazio e di
tempo. Ma la cultura del consumo risuona molto, come il tamburo, perché è vuota; all’ora della
verità, quando gli strepiti si calmano e la festa finisce, l’ubriaco di sveglia solo, con l’unica compagnia
della sua ombra e dei piatti rotti che dovrà pagare. L’espandersi della domanda cozza con
i limiti imposti dallo stesso sistema che la genera. Il sistema ha bisogno di mercati sempre più aperti
e ampi, come i polmoni hanno bisogno dell’aria, e al tempo stesso ha bisogno che si riducano sempre
più, come in effetti accade, i prezzi delle materie prime e il costo della forza lavoro umana. Il sistema
parla in nome di tutti, a tutti dà l’imperioso ordine di consumare, fra tutti diffonde la febbre degli
acquisti; ma niente da fare: per quasi tutti quest’avventura inizia e finisce davanti allo schermo del
televisore. La maggioranza, che fa debiti per ottenere delle cose, finisce per avere solo più debiti,
contratti per pagare debiti che ne producono altri, e si limita a consumare fantasie che talvolta poi
diventano realtà con il ricorso ad attività delittuose.
Il diritto allo spreco, privilegio di pochi, proclama di essere la libertà per tutti. Dimmi quanto consumi
e ti dirò quando vali. Questa civiltà non lascia dormire i fiori, le galline, la gente. Nelle serre,
i fiori sono sottoposti a illuminazione continua, perché crescano più velocemente. E la notte è proibita
anche alle galline, nelle fabbriche di uova.
È un modo di vivere che non è buono per le persone, ma è ottimo per l’industria farmaceutica. Gli
Stati Uniti consumano la metà dei sedativi, degli ansiolitici e delle altre droghe chimiche vendute
legalmente nel mondo, e oltre la metà delle droghe proibite, quelle vendute illegalmente. Non è cosa
di poco conto, visto che gli statunitensi sono appena il 5% della popolazione mondiale.
«Gente infelice, che vive in competizione», dice una donna nel barrio del Buceo, a Montevideo. Il
dolore di non essere, un tempo cantato nel tango, ha ceduto il posto alla vergogna di non avere. Un
uomo povero è un pover’uomo. «quando non hai niente pensi di non valere niente», dice un tipo nel
barrio Villa Fiorito, a Buenos Aires. Confermano altri, nella città dominicana di San Francisco de
Macorís: «I miei fratelli lavorano per le marche. Vivono comprando cose firmate, e buttano sangue
per pagare le rate».
Invisibile violenza del mercato: la diversità è nemica del profitto, e l’uniformità comanda. La produzione
in serie, su scala gigantesca, impone ovunque i propri obbligatori modelli di consumo. La dittatura
dell’uniformizzazione è più devastante di qualunque dittatura del partito unico: impone, nel
mondo intero, un modo di vita che fa degli esseri umani fotocopie del consumatore esemplare.
La dittatura del sapore unico
Il consumatore esemplare è l’uomo tranquillo. Questa civiltà, che confonde la quantità con la qualità,
confonde la grassezza con la buona alimentazione. Secondo la rivista scientifica «The Lancet», negli
ultimi dieci anni l’«obesità severa» è cresciuta di quasi il 30% fra la popolazione giovane dei paesi
più sviluppati. Fra i bambini nordamericani, negli ultimi 16 anni l’obesità è cresciuta del 40%,
secondo uno studio recente del Centro scienze della salute presso l’università di Colorado. Il paese
che ha inventato i cibi e le bevande light, il diet food e gli alimenti fat free, ha la maggior quantità di
grassi del mondo. Il consumatore esemplare scende dall’automobile solo per lavorare e guardare la
tivù. Quattro ore al giorno le passa davanti allo schermo, divorando cibi di plastica.
Trionfa la spazzatura travestita da cibo: quest’industria sta conquistando i palati del mondo e fa
a pezzi le tradizioni culinarie locali. Le buone antiche abitudini a tavola, che si sono raffinate e diversificate
magari in migliaia di anni, sono un patrimonio collettivo accessibile a tutti e non solo alle
mense dei ricchi. Queste tradizioni, questi segni di identità culturale, queste feste della vita, vengono
schiacciate dall’imposizione del sapere chimico e unico: la globalizzazione degli hamburger, la
dittatura del fast-food. La plastificazione del cibo su scala mondiale, opera di McDonald’s, Burger
King e altre catene, viola con successo il diritto all’autodeterminazione dei popoli in cucina: un
diritto sacro, perché la bocca è una delle porte dell’anima.
Il campionato mondiale di calcio del 1998 ci ha confermato, fra l’altro, che la MasterCard tonifica
i muscoli, la Coca-Cola porta l’eterna giovinezza e che il menù di McDonald’s non può mancare nella
pancia di un buon atleta. L’immenso esercito di McDonald’s spara hamburger nella bocca di bambini
e adulti del mondo intero. Il doppio arco di questa M è servito da standard, nella recente conquista
dei paesi dell’Europa dell’Est. Le code davanti alla McDonald’s di Mosca, inaugurata in pompa
magna nel 1990, hanno simboleggiato la vittoria dell’Occidente con altrettanta eloquenza della
demolizione del Muro di Berlino. Segno dei tempi: quest’azienda, che incarna le virtù del mondo
libero, nega ai suoi dipendenti la libertà di organizzarsi in sindacato. McDonald’s viola in tal modo
un diritto legalmente riconosciuto nei molti paesi nei quali opera. Nel 1997, alcuni suoi lavoratori,
membri di quella che l’azienda chiama la Macfamiglia, cercarono di sindacalizzarsi in un ristorante
di Montreal in Canada: il ristorante chiuse. Ma nel 1998, altri dipendenti di McDonald’s in una piccola
città presso Vancouver, riuscirono nell’impresa, degna del Guinness dei primati.
Gli universali della pubblicità
Le masse consumatrici ricevono ordini in un linguaggio universale: la pubblicità è riuscita là dove
l’esperanto ha fallito. Tutti capiscono, ovunque, i messaggi trasmessi dalla tivù. Nell’ultimo quarto di
secolo, grazie al fatto che nel mondo le spese per la pubblicità si sono decuplicate, i bambini poveri
bevono sempre più Coca-Cola e sempre meno latte, e il tempo prima dedicato all’ozio sta diventando
tempo di consumo obbligatorio. Tempo libero, tempo prigioniero: le case molto povere non hanno
letti, ma hanno il televisore, ed è questo a dettar legge. Comprato a rate, questo piccolo animale
prova la vocazione democratica del progresso: non ascolta nessuno, ma parla per tutti. Poveri e ricchi
conoscono, in tal modo, le virtù dell’ultimo modello di automobili, e poveri e ricchi si informano
sui vantaggiosi tassi di interessi offerti da questa o quella banca.
Gli esperti sanno convertire le merci in strumenti magici contro la solitudine. Le cose hanno attributi
umani: accarezzano, accompagnano, capiscono, aiutano, il profumo ti bacia e l’auto è un amico che
non tradisce mai. La cultura del consumo ha fatto della solitudine il più lucroso dei mercati. Le ferite
del cuore si risanano riempiendole di cose, o sognando di farlo. E le cose non possono solo abbracciare:
possono anche essere simboli di ascesa sociale, salvacondotti per attraversare le dogane della
società classista, chiavi che aprono le porte proibite.
Quanto più sono esclusive, tanto meglio è: le cose esclusive ti scelgono e ti salvano dall’anonimato
della folla. La pubblicità non ci informa sul prodotto che vende, o lo fa poche volte. Quello è il meno.
La sua funzione principale consiste nel compensare frustrazioni e alimentare fantasie: in chi ti vuoi
trasformare comprando questa crema da barba?
Il criminologo Anthony Platt ha osservato che i delitti nelle strade non sono solo frutto della povertà
estrema, ma anche dell’etica individualista. L’ossessione sociale del successo, dice Platt, incide in
modo decisivo sull’appropriazione illegale delle cose altrui. Ho sempre sentito dire che il denaro non
fa la felicità; ma qualunque teledipendente ha motivo di credere che il denaro produca qualcosa di
tanto simile alla felicità, che fare la differenza è cosa da specialisti.
Secondo lo storico Eric Hobsbawm, il XX secolo ha messo fine a settemila anni di vita umana centrata
sull’agricoltura , da quando nel paleolitico apparvero le prime forme di coltivazione. La popolazione
mondiale si concentra nelle città, i contadini diventano cittadini. In America latina abbiamo
campi senza persone ed enormi formicai umani urbani: le più grandi città del mondo, e le più ingiuste.
Espulsi dalla moderna agricoltura per l’export, e dal degrado dei suoli, i contadini invadono le
periferie. Credono che Dio sia ovunque, ma per esperienza sanno che abita nei grandi centri. Le città
promettono lavoro, prosperità, un avvenire per i loro figli. Nei campi, si guarda la vita passare e si
muore sbadigliando; nelle città la vita scorre, e chiama. Poi, la prima cosa che i nuovi arrivati scoprono,
ammucchiati nelle catapecchie, è che manca il lavoro e le braccia sono troppe, che niente
è gratis e che gli articoli di lusso più cari sono l’aria e il silenzio.
Agli inizi del secolo XIV, frate Giordano da Rivalta pronunciò a Firenze un elogio delle città. Disse
che crescevano «perché le persone amano stare insieme». Stare insieme, incontrarsi. Ma adesso, chi
si incontra con chi? E la speranza, si incontra con la realtà? Il desiderio, si incontra con il mondo?
E la gente, si incontra con la gente? Se i rapporti umani si sono ridotti a rapporti fra le cose, quanta
gente si incontra con le cose?
La minoranza compradora
Il mondo intero tende a diventare un grande schermo televisivo, dal quale le cose si guardano ma
non si toccano. Le mercanzie in offerta invadono e privatizzano gli spazi pubblici. Le stazioni di pullman
e treni, che fino a poco tempo fa erano spazi di incontro fra le persone, si stanno trasformando
in spazi commerciali.
Lo shopping center, o shopping mall, vetrina di tutte le vetrine, impone la sua abbagliante presenza.
Le masse accorrono, in pellegrinaggio, a questo grande tempio della messa del consumo. La maggioranza
dei devoti contempla, in estasi, oggetti che il portafoglio non può pagare, mentre la minoranza
compradora risponde al bombardamento incessante ed estenuante dell’offerta. La folla che
sale e scende dalle scale mobili viaggia nel mondo: i manichini sono vestiti come a Milano o Parigi
e le automobili hanno lo stesso suono che a Chicago, e per vedere e ascoltare non occorre pagare il
biglietto. I turisti che vengono dai villaggi dell’interno, o dalle città che non hanno ancora meritato
queste benedizioni della moderna felicità, posano per una foto, davanti alle marche internazionali
più famose, come un tempo posavano ai piedi della statua a cavallo nella piazza. Beatriz Solano ha
osservato che gli abitanti delle periferie vanno allo shopping center come prima andavano in centro.
Il tradizionale struscio di fine settimana al centro della città tende a essere sostituito dalle escursioni
a questi centri. Lavati e pettinati, con indosso gli abiti migliori, i visitatori vengono a una festa dove
non sono invitati, ma dove possono essere spettatori. Intere famiglie fanno il viaggio nella navicella
spaziale che percorre l’universo del consumo, nel quale l’estetica del mercato ha disegnato un paesaggio
allucinante di modelli, marche ed etichette.
La cultura del consumo, cultura dell’effimero, condanna tutto alla desuetudine mediatica. Tutto cambia
al ritmo vertiginoso della moda, messa al servizio della necessità di vendere. Le cose invecchiano
in un baleno, per essere sostituite da altre che avranno una vita altrettanto fugace. L’unica cosa che
permane è l’insicurezza; le merci, fabbricate perché durino poco, sono volatili quanto il capitale che
le finanzia e il lavoro che le produce. Il denaro vola alla velocità della luce; ieri era là, adesso è qua,
domani chissà, e ogni lavoratore è un potenziale disoccupato. Paradossalmente, gli shopping centers,
sovrani della fugacità, offrono l’illusione di sicurezza più efficace. Resistono infatti fuori dal tempo,
senza età né radici, senza notte né giorno né memoria, ed esistono fuori dallo spazio, al di là delle
turbolenze della perigliosa realtà del mondo.
I nuovi idoli
I padroni del mondo lo usano come se fosse un usa e getta: una merce dalla vita effimera, che si
esaurisce come si esauriscono, quasi appena nate, le immagini sparate dalla mitragliatrice della tivù
e le mode e gli idoli che la pubblicità lancia incessantemente sul mercato. Ma in quale altro mondo
potremmo andare? Siamo tutti obbligati a credere che Dio abbia venduto il pianeta a un certo
numero di imprese, perché essendo di cattivo umano ha deciso di privatizzare l’universo?
La società dei consumi è una trappola esplosiva. Chi ne ha le redini fa finta di ignorarlo, ma chiunque
abbia gli occhi può vedere che la grande maggioranza delle persone consuma poco, poco
o niente necessariamente, così da garantire l’esistenza della poca natura che ci rimane. L’ingiustizia
sociale non è considerata un errore da correggere, né un difetto da superare: è una necessità essenziale.
Non c’è natura capace di alimentare uno shopping center delle dimensioni del pianeta.

* Tratto dal sito http://www.aporrea.org
Trad. di Marinella Correggia
© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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schermata-2015-04-13-alle-10-00-28  FOTO DOCUMENTI E STORIA DI GIORGIANA

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unospettro

Il corteo di protesta con gli ologrammi così Madrid “occupa” la piazza vietata

La “legge di sicurezza cittadina” fissa una multa di trentamila euro per chi marcia in carne e ossa sotto il Parlamento. Ma migliaia di manifestanti hanno trasformato volti e slogan in una nuova e tecnologica forma di dissenso

NELLA notte fra sabato e domenica,
nel centro di Madrid,
proprio davanti al Parlamento,
c’è stato un fantastico,
inquietante corteo di protesta.
Sono sfilati per un’ora gli ologrammi
di 17.857 manifestanti
di ogni parte del mondo, al motto
di “Libertà di espressione” e “No
alla legge mordacchia” (ley mordaza,
che è più bello, più stringente
di legge bavaglio). La protesta
era indirizzata contro la legge
“di sicurezza cittadina” del governo
Rajoy, in vigore dal prossimo
luglio, che riduce gravemente
il diritto di manifestazione. Marciare
in carne e ossa davanti a
quel palazzo del Parlamento comporterà
una multa di 30.000 euro
(600.000 nella prima versione votata
al Senato). Fare foto di agenti,
“mancar loro di rispetto”, formare
assembramenti, e una minuziosa
quantità di altre azioni
cittadine saranno punite senza
passare attraverso la magistratura.
Pesanti misure riguardano il
diritto d’asilo e le modalità di rigetto
a Ceuta e Melilla.
I promotori della manifestazione
si sono chiamati “No somos delito”.
Avevano sollecitato un’adesione
internazionale, con un successo
notevole, tanto più che si
trattava della prima volta. Bisognava
prestare la propria faccia a
una telecamera attraverso il web
(ed eventualmente anche la voce
con gli slogan a piacere) per una
scannerizzazione la cui elaborazione
avrebbe marciato nel corteo
libertario. A parte la fierezza
della prima volta tecnologica di
una protesta politica (in altri
campi gli ologrammi impazzano)
si voleva mostrare come leggi
sempre più censorie avrebbero
spogliato le persone del diritto a
manifestare se non nei loro simulacri
incorporei. Il video della manifestazione,
benché abbia inevitabilmente
qualcosa di spiritistico,
di ectoplastico, è strepitoso, e
aggiorna l’esordio antico: “Uno
spettro si aggira per l’Europa…”.
Naturalmente, come per tutte le
creative applicazioni delle possibilità
tecnologiche, induce a paventarne
il rovescio. Non so, la
notte del prossimo sabato in cui
gli ologrammi dei poliziotti manganellano
di santa ragione gli ologrammi
dei nostri, davanti al Parlamento.
O anche un ulteriore impigrimento
dello spirito civico in
favore della partecipazione virtuale,
già dilagante nei clic parademocratici
e nei videogiochi a
mano armata, per cui si manderà
in strada il proprio avatar senza
staccarsi dal divano.
[…]
La Repubblica 13.aprile.2015

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meritocracia

La sentenza della Corte Europea che ha condannato l’Italia per tortura sul caso della macelleria messicana alla Diaz nel luglio 2001 a Genova, apre una breccia che non deve essere rinchiusa. E’ una breccia che attiene alla enormi zone d’ombra della storia recente del nostro paese, quelle di cui si è parlato poco e soprattutto male. Non perchè mancasse la materia, anzi e purtroppo ce n’è in abbondanza, ma perchè la ragion di stato ha spesso sigillato – anche con l’arresto dei giornalisti troppo curiosi – ogni tentativo di portare alla luce quella che non è stata una “eccezione” ma che per interi periodi è stata “regola” non scritta.

Nel pdf che potete aprire cliccando su La tortura in Italia, troverete un libro bianco – oggi introvabile – pubblicato tra mille peripezie nel 1982 da un gruppo di militanti, avvocati, familiari di detenuti, che spezzarono il black out sull’uso della tortura nel pieno degli “anni di piombo”. Furono mesi nei quali le denunce sui casi di tortura contro i militanti dei gruppi armati arrivavano numerose, in un clima plumbeo caratterizzato da arresti di massa, centinaia di rifugiati politici in Francia, divieti di manifestazione, persecuzioni e linciaggi mediatici contro i militanti della sinistra ancora attivi e sparutissimi gruppi di “garantisti” che diedero battaglia contro gli effetti dello “stato di emergenza” decretato nei fatti dal 1977 e consacrato negli anni successivi.

Il libro bianco sulla tortura in Italia prende le mosse con le prime notizie, come quella di Giuseppe Vesco che nel 1976, sotto tortura “confessò” l’uccisione di due carabinieri della caserma di Alcamo (Sicilia) accusando anche altre persone (Giuseppe Gullotta, Gaetano Santangelo, Vincenzo Ferrantelli), torturate a loro volta, che passarono 22 anni di carcere – come Gullotta – per poi scoprire che erano stati accusati ingiustamente dell’uccisione dei due carabinieri. Giuseppe Vesco, sempre nel 1976 fu poi trovato impiccato nella sua cella. Trenta anni dopo, nel 2006, un carabiniere Giuseppe Ollino rivelò che le confessioni erano state estorte con la tortura facendo riaprire il processo.

Il libro bianco, pubblicato nel 1982, ovviamente non disponeva di questa testimonianza emersa ventidue anni dopo, ma non aveva avuto bisogno di questo per aprire quel lungo dossier sulla tortura che riuscì fortunosamente ad essere poi pubblicato.

C’era poi stato il caso di Enrico Triaca, arrestato nel 1978 con l’accusa di essere il “tipografo” delle Br, sottoposto alla tortura con il metodo del water boarding. Anche questo caso di tortura venne ammesso con una sentenza solo nell’ottobre 2013 (trentacinque anni dopo) e, paradossalmente, a causa di un eccesso di arroganza del procuratore capo di Roma nel 1978 – il dott. Achille Gallucci – il quale di fronte alla denuncia della tortura da parte di Triaca lo denunciò a sua volta per calunnia nei confronti degli agenti di polizia, aprendo così – inconsapevolmente – un fascicolo giudiziario che altrimenti non sarebbe mai stato aperto ma archiviato.

torturabianiIl “picco” delle torture venne raggiunto tra il 1981 e il 1982 nei confronti dei militanti delle Br o di altri gruppi clandestini che venivano arrestati. In particolare fu con il sequestro del generale statunitense Dozier, comandante di quella base militare Ftase di Verona – la base statunitense da cui il giudice Salvini ci dice che partirono molte delle operazioni stragiste in Italia. Nel tentativo di ottenere informazioni sul luogo dove era tenuto sequestrato il gen. Dozier, furono rotte tutte le formalità e la tortura esplose come pratica ricorrente e, nei fatti rivendicata dallo Stato nelle figure del ministro degli Interni, il quale negò in Parlamento le evidenze che andavano emergendo, potendo contare sulla complicità dell’opposizione (quel Pci del partito della fermezza). Le torture non risparmiarono neanche le donne prese prigioniere.

Nel 1982 due giornalisti , Piervittorio Buffa de L’Espresso e Luca Villoresi de La Repubblica, vennero arrestati a causa dei servizi pubblicati sulle torture inflitte ai militanti delle Br per non aver rivelato la loro fonte (che poi si rivelarono essere altri funzionari di polizia). Per decenni sono stati l’unico caso di rottura della congiura del silenzio sull’uso della tortura in Italia.

La classe dirigente di questo paese, intendendo con essa la casta politica, i funzionari dello Stato e la casta giornalistica, hanno sistematicamente omesso, coperto, negato quello che oggi viene certificato dalla Corte Europea di Giustizia sull’uso della tortura nel nostro paese. Qui e là si aprono talvolta delle breccie che non hanno però conseguenze coerenti. I vertici della polizia coinvolti nei fatti di Genova fanno carriera e gli agenti coinvolti nei casi finiti nei tribunali spesso restano in servizio, con la prescrizione a fare da colpo di spugna.

In questi anni ci è capitato spesso di incontrare esuli o militanti della sinistra argentina e di avere l’impressione che molti, passati nelle mani dei torturatori della giunta militare, avessero rimosso l’orrore su quanto accaduto. Ma era la rimozione delle vittime, qui assistiamo alla rimozione dei carnefici, il che non è la stessa cosa.

Questo paese non ha mai trovato il coraggio civile e politico di guardare dentro le proprie zone di tenebra, ha tenuto gli armadi della vergogna girati con le ante chiuse verso i muri, ha depotenziato ogni sentenza sulle stragi di stato. C’è un buco nero nel fare i conti con la propria storia recente, che ha minato sia la Prima che la Seconda Repubblica. Anche se stavolta, nel caso della tortura, “ce lo dice l’Europa”, appare difficile intravedere che l’attuale classe dirigente sappia fare di meglio, perchè di quel buco nero ne è consapevole e volenterosa continuità.

CB-y_sDWgAArG15La sentenza della Corte Europea che ha condannato l’Italia per tortura sul caso della macelleria messicana alla Diaz nel luglio 2001 a Genova, apre una breccia che non deve essere rinchiusa. E’ una breccia che attiene alla enormi zone d’ombra della storia recente del nostro paese, quelle di cui si è parlato poco e soprattutto male. Non perchè mancasse la materia, anzi e purtroppo ce n’è in abbondanza, ma perchè la ragion di stato ha spesso sigillato – anche con l’arresto dei giornalisti troppo curiosi – ogni tentativo di portare alla luce quella che non è stata una “eccezione” ma che per interi periodi è stata “regola” non scritta.

Nel pdf che potete aprire cliccando su La tortura in Italia, troverete un libro bianco – oggi introvabile – pubblicato tra mille peripezie nel 1982 da un gruppo di militanti, avvocati, familiari di detenuti, che spezzarono il black out sull’uso della tortura nel pieno degli “anni di piombo”. Furono mesi nei quali le denunce sui casi di tortura contro i militanti dei gruppi armati arrivavano numerose, in un clima plumbeo caratterizzato da arresti di massa, centinaia di rifugiati politici in Francia, divieti di manifestazione, persecuzioni e linciaggi mediatici contro i militanti della sinistra ancora attivi e sparutissimi gruppi di “garantisti” che diedero battaglia contro gli effetti dello “stato di emergenza” decretato nei fatti dal 1977 e consacrato negli anni successivi.

Il libro bianco sulla tortura in Italia prende le mosse con le prime notizie, come quella di Giuseppe Vesco che nel 1976, sotto tortura “confessò” l’uccisione di due carabinieri della caserma di Alcamo (Sicilia) accusando anche altre persone (Giuseppe Gullotta, Gaetano Santangelo, Vincenzo Ferrantelli), torturate a loro volta, che passarono 22 anni di carcere – come Gullotta – per poi scoprire che erano stati accusati ingiustamente dell’uccisione dei due carabinieri. Giuseppe Vesco, sempre nel 1976 fu poi trovato impiccato nella sua cella. Trenta anni dopo, nel 2006, un carabiniere Giuseppe Ollino rivelò che le confessioni erano state estorte con la tortura facendo riaprire il processo.

Il libro bianco, pubblicato nel 1982, ovviamente non disponeva di questa testimonianza emersa ventidue anni dopo, ma non aveva avuto bisogno di questo per aprire quel lungo dossier sulla tortura che riuscì fortunosamente ad essere poi pubblicato.

C’era poi stato il caso di Enrico Triaca, arrestato nel 1978 con l’accusa di essere il “tipografo” delle Br, sottoposto alla tortura con il metodo del water boarding. Anche questo caso di tortura venne ammesso con una sentenza solo nell’ottobre 2013 (trentacinque anni dopo) e, paradossalmente, a causa di un eccesso di arroganza del procuratore capo di Roma nel 1978 – il dott. Achille Gallucci – il quale di fronte alla denuncia della tortura da parte di Triaca lo denunciò a sua volta per calunnia nei confronti degli agenti di polizia, aprendo così – inconsapevolmente – un fascicolo giudiziario che altrimenti non sarebbe mai stato aperto ma archiviato.

Il “picco” delle torture venne raggiunto tra il 1981 e il 1982 nei confronti dei militanti delle Br o di altri gruppi clandestini che venivano arrestati. In particolare fu con il sequestro del generale statunitense Dozier, comandante di quella base militare Ftase di Verona – la base statunitense da cui il giudice Salvini ci dice che partirono molte delle operazioni stragiste in Italia. Nel tentativo di ottenere informazioni sul luogo dove era tenuto sequestrato il gen. Dozier, furono rotte tutte le formalità e la tortura esplose come pratica ricorrente e, nei fatti rivendicata dallo Stato nelle figure del ministro degli Interni, il quale negò in Parlamento le evidenze che andavano emergendo, potendo contare sulla complicità dell’opposizione (quel Pci del partito della fermezza). Le torture non risparmiarono neanche le donne prese prigioniere.

Nel 1982 due giornalisti , Piervittorio Buffa de L’Espresso e Luca Villoresi de La Repubblica, vennero arrestati a causa dei servizi pubblicati sulle torture inflitte ai militanti delle Br per non aver rivelato la loro fonte (che poi si rivelarono essere altri funzionari di polizia). Per decenni sono stati l’unico caso di rottura della congiura del silenzio sull’uso della tortura in Italia.

CB_NGLvWYAEZWQ3La classe dirigente di questo paese, intendendo con essa la casta politica, i funzionari dello Stato e la casta giornalistica, hanno sistematicamente omesso, coperto, negato quello che oggi viene certificato dalla Corte Europea di Giustizia sull’uso della tortura nel nostro paese. Qui e là si aprono talvolta delle breccie che non hanno però conseguenze coerenti. I vertici della polizia coinvolti nei fatti di Genova fanno carriera e gli agenti coinvolti nei casi finiti nei tribunali spesso restano in servizio, con la prescrizione a fare da colpo di spugna.

In questi anni ci è capitato spesso di incontrare esuli o militanti della sinistra argentina e di avere l’impressione che molti, passati nelle mani dei torturatori della giunta militare, avessero rimosso l’orrore su quanto accaduto. Ma era la rimozione delle vittime, qui assistiamo alla rimozione dei carnefici, il che non è la stessa cosa.

Questo paese non ha mai trovato il coraggio civile e politico di guardare dentro le proprie zone di tenebra, ha tenuto gli armadi della vergogna girati con le ante chiuse verso i muri, ha depotenziato ogni sentenza sulle stragi di stato. C’è un buco nero nel fare i conti con la propria storia recente, che ha minato sia la Prima che la Seconda Repubblica. Anche se stavolta, nel caso della tortura, “ce lo dice l’Europa”, appare difficile intravedere che l’attuale classe dirigente sappia fare di meglio, perchè di quel buco nero ne è consapevole e volenterosa continuità.

Sergio Cararo – Contropiano.org

 

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CARREYL’avvicinamento a Expo 2015 si apparenta sempre più a un tragicomico romanzo a puntate in cui ogni giorno esce fuori una magagna, un ritardo, una papera o una supercazzola sul mega-evento milanese, in un crescendo il cui climax sarà senza dubbio l’ormai annunciato disastro dell’inaugurazione prevista per il primo maggio. Oggi è il giorno dello sfizioso capitolo dei biglietti scontati che il Partito democratico milanese offre ai suoi giovani neo-iscritti. Sembrerebbe una trovata di Lercio, il giornale delle notizie trash immaginarie, ma è tutto vero. Pomposamente il sito ufficiale della sezione dei democratici milanesi annuncia che “il PD è l’unico partito a Milano ad essere rivenditore ufficiale dei biglietti per Expo 2015”.

E allora, a soli 25€, i venditori di fumo del PD propongono agli under 30 di ricevere la preziosa tessera dem col biglietto dell’esclusiva fiera del food. Insomma i democratici si trasformano in “bagarini” a prezzi stracciati contribuendo anche loro alla bufala delle cifre dei ticket di Expo. Eh sì perché grazie uno dei vari camouflage che sembrano ormai essere il vero marchio di fabbrica del mega-evento milanese, ci sono stati milioni di biglietti venduti (a supermercati, agenzie di viaggio e… partiti politici!) ma ben pochi son stati comprati. Sicuramente tra qualche settimana ce li tireranno dietro tipo i panettoni a febbraio. Ci permettiamo comunque di esprimere qualche riserva sull’efficacia di una campagna di marketing che ha come gadget una tessera del PD, accessorio che rischia di suscitare ben poca simpatia in una generazione che subisce da anni precarietà e miseria imposta da lorsignori.

Resta un dubbio circa la modalità attraverso cui, gira che ti rigira, saremo sempre noi a pagare: la differenza rispetto al prezzo originale ce lo mette il PD coi rimborsi elettorali o direttamente Expo coi finanziamenti pubblici?

L’avvicinamento a Expo 2015 si apparenta sempre più a un tragicomico romanzo a puntate in cui ogni giorno esce fuori una magagna, un ritardo, una papera o una supercazzola sul mega-evento milanese, in un crescendo il cui climax sarà senza dubbio l’ormai annunciato disastro dell’inaugurazione prevista per il primo maggio. Oggi è il giorno dello sfizioso capitolo dei biglietti scontati che il Partito democratico milanese offre ai suoi giovani neo-iscritti. Sembrerebbe una trovata di Lercio, il giornale delle notizie trash immaginarie, ma è tutto vero. Pomposamente il sito ufficiale della sezione dei democratici milanesi annuncia che “il PD è l’unico partito a Milano ad essere rivenditore ufficiale dei biglietti per Expo 2015”.

E allora, a soli 25€, i venditori di fumo del PD propongono agli under 30 di ricevere la preziosa tessera dem col biglietto dell’esclusiva fiera del food. Insomma i democratici si trasformano in “bagarini” a prezzi stracciati contribuendo anche loro alla bufala delle cifre dei ticket di Expo. Eh sì perché grazie uno dei vari camouflage che sembrano ormai essere il vero marchio di fabbrica del mega-evento milanese, ci sono stati milioni di biglietti venduti (a supermercati, agenzie di viaggio e… partiti politici!) ma ben pochi son stati comprati. Sicuramente tra qualche settimana ce li tireranno dietro tipo i panettoni a febbraio. Ci permettiamo comunque di esprimere qualche riserva sull’efficacia di una campagna di marketing che ha come gadget una tessera del PD, accessorio che rischia di suscitare ben poca simpatia in una generazione che subisce da anni precarietà e miseria imposta da lorsignori.

Resta un dubbio circa la modalità attraverso cui, gira che ti rigira, saremo sempre noi a pagare: la differenza rispetto al prezzo originale ce lo mette il PD coi rimborsi elettorali o direttamente Expo coi finanziamenti pubblici?

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da Infoaut

 

 

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