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Lo sciopero dei ragazzi

Torino, fattorini in lotta: siamo sottopagati, basta cottimo

Per tutto il giorno hanno rallentato il lavoro e nel tardo pomeriggio hanno deciso
di bloccarlo. Torino è rimasta orfana, di sabato sera, di Foodora, il servizio di consegna a
domicilio di pasti caldi cucinati in trattorie e ristoranti della città. I giovani rider rotestano
contro le condizioni impossibili alle quali sarebbero sottoposti e contro la paga a
cottimo, ma anche per esprimere solidarietà ai due ragazzi che sono stati licenziati perché
«sono stati i primi a protestare», spiega Jamy, 22 anni, studente fuori sede di Informatica,
leader della contestazione.
Foodora, azienda tedesca che utilizza una piattaforma web per distribuire gli ordini
di consegna ai fattorini in bicicletta, è attiva a Milano e a Torino, ma «in Lombardia le
condizioni di chi lavora sono diverse», aggiunge Jamy impegnato in un’ultima trattativa
(poi fallita) con uno dei responsabili torinesi della ditta davanti alla stazione ferroviaria
di Porta Nuova. Intorno a loro una cinquantina di rider, ciascuno con caschetto protettivo,
bici e box portavivande.
«Io me ne sono andata — interviene Gloria, 22 anni neolaureata in Lettere e Filosofia —, ho trovato lavoro come giornalista in un sito web, non che si guadagni di più, ma le
prospettive sono diverse. Almeno non rischio di cadere dalla bici, cosa che mi è capitata perché le consegne si fanno anche quando nevica».
Emanuele, 20 anni, studia Economia e Commercio: «Sono alla prima consegna, ma ho
deciso di unirmi alla protesta per solidarietà. Mi è arrivato ora il messaggio, devo ritirare
un pasto e consegnarlo nei prossimi tre minuti. Come faccio? Sono qui a Porta Nuova e
devo correre in corso De Gasperi», una distanza di almeno tre chilometri. «Il tutto per 2
euro e settanta a consegna — interviene Omar, 22 anni, studente di Infermieristica —. Fino a qualche mese fa pagavano 5 euro e 40 all’ora, poi sono passati al cottimo». I fattorini della ditta di sharing economy non sono dipendenti, ma collaboratori:
«La bicicletta la dobbiamo mettere noi — dice Jamy al quale l’azienda ha bloccato le chiamate — e versiamo una cauzione di 50 euro per il casco, il box e la divisa.
Agli ultimi ragazzi che sono stati ingaggiati, il caschetto non è stato consegnato».
Il braccio di ferro tra lavoratori(200 a Torino) sembra non approdare ad alcun accordo e i
più ora cercano altro: «Io faccio questo per vivere e mantenermi gli studi — insiste Jamy
—, lavorando come un pazzo sono arrivato a prendere fino a trecento euro al mese. Non ho
genitori alle spalle, devo pagarmi l’affitto, lo studio e viverci.
Naturalmente non mi bastano». Come non bastano a Gloria: «Cinquecento euro li
ho guadagnati una sola volta, ma ci sono le spese: il telefono, la manutenzione della bici». Dagli uffici milanesi gli amministratori di Foodora,  Gianluca Cocco e Matteo Lentini si dicono disponibili ad «ascoltare i ragazzi. Non collettivamente, ma “face to face”». Spiegano che il pagamento a cottimo offre l’opportunità di maggiori guadagni e sottolineano che Foodora non deve essere interpretato come un lavoro per «sbarcare il lunario», ma come «un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un
piccolo stipendio».

Marco Bardesono – Il Corriere della Sera 9.ottobre.2016

 

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