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Archive for the ‘ITALIA ?!?’ Category

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Le donne erano sistematicamente violentate dai proprietari terrieri. Se i mariti protestavano venivano licenziati.

La mortalità infantile era altissima: più della metà dei bambini moriva prima di aver compiuto cinque anni. Gli stagionali e gli ambulanti erano trattati da schiavi.

Erano soprattutto loro a riempire le navi dei migranti. Scappavano dalla fame. Mangiavano pane, castagne, perfino segatura. La carne un paio di volte all’anno. Cercavano di mettere da parte i soldi – tanti – per la traversata e arrivavano in posti dove ad accoglierli trovavano lavori pericolosi che nessuno voleva fare. Meglio di niente. Molti entravano illegalmente, senza documenti o con documenti falsi. A un certo punto però una commissione parlamentare disse basta, troppi immigrati. Sulla base di teorie scientifiche infondate, tutti quelli che avevano determinate caratteristiche somatiche furono considerati pericolosi, potenziali criminali, selvaggi, stupratori, e accusati di ogni tipo di reato. Queste caratteristiche somatiche coincidevano con quelle di gran parte degli immigrati.

L’Immigration act fu approvato il 26 maggio 1924, e di fatto vietò agli italiani di entrare negli Stati Uniti.

Rimase in vigore fino al 1952.

Sul New York Times ne ha parlato recentemente Helene Stapinski, una giornalista americana di origini italiane. Una sua bis-bisnonna, Vita Gallitelli, arrivò negli Stati Uniti dalla Basilicata. “Gli italoamericani che oggi approvano gli sforzi di Donald Trump per tenere i cittadini musulmani e messicani fuori dal nostro paese dovrebbero scavare nella loro storia e nel profondo del loro cuore. Siamo solo a un paio di generazioni di distanza dallo stesso razzismo e dallo stesso odio. Se i nostri antenati avessero cercato di venire in America subito dopo il divieto del 1924, non saremmo neppure nati”.

Giovanni De Mauro – Internazionale n.1208

 

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L’anno scorso dagli aeroporti italiani sono

transitati 164 milioni di passeggeri, il 4,6

per cento in più rispetto al 2015. Il mercato

mondiale del trasporto aereo è in piena

crescita. La Boeing e l’Airbus prevedono

che nei prossimi vent’anni il numero di

viaggiatori aumenterà del 4,5 per cento

all’anno e che serviranno 33mila nuovi

aeroplani, 560mila nuovi piloti e 540mila

tecnici. Con questi numeri, c’è da

chiedersi come sia possibile che la

compagnia aerea di un grande paese

industrializzato, e tra le prime mete

turistiche del mondo, sia sull’orlo del

fallimento. La risposta è in vent’anni di

scelte sbagliate, fatte da governi e

azionisti. Errori pagati dai contribuenti,

a cui sono costati sette miliardi di euro (è

una stima), e dai dipendenti, scesi in dieci

anni da 21mila a 11mila. E stupisce dunque

che qualcuno si sia potuto stupire per il

referendum con cui lavoratori e lavoratrici

hanno respinto il verbale di incontro

firmato da sindacati e azienda, che senza

un serio piano industriale prevedeva tagli,

un peggioramento delle condizioni

contrattuali e riduzioni salariali tra il 10 e il

20 per cento. Il presidente del consiglio

Gentiloni aveva anticipato che se il no

avesse vinto non ci sarebbe stato nessun

salvataggio pubblico. Alessia Romagna,

assistente di volo dell’Alitalia, su Facebook

ha sfatato i luoghi comuni sui privilegi di

chi lavora in una compagnia aerea,

raccontando di turni pesanti e stipendi

nella norma per l’Italia: “Abbiamo detto

no tremando di paura ma pieni di

coraggio. Sappiamo di avere messo la

firma a un futuro a dir poco incerto, ma

non potevamo accettare l’umiliazione e il

ricatto. Vi chiedo quindi di non guardare a

noi con astio e antipatia. Guardate a noi

semmai con speranza, perché se migliaia

di lavoratori hanno detto no a un contratto

umiliante, possono farlo tutti, in ogni

realtà lavorativa; sarebbe allora il mercato

del lavoro ad adeguarsi alle persone e non

le persone alle leggi del mercato”.

Giovanni De Mauro – Internazionale n.1203

 

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John Broich è uno storico statunitense che
insegna alla Case Western Reserve university, in
Ohio. Studiando materiale d’archivio e diversi
saggi usciti negli ultimi anni, ha cercato di
ricostruire in che modo la stampa statunitense
raccontò l’arrivo del fascismo e del nazismo in
Europa. Tra il 1925 e il 1932 sui giornali americani
uscirono almeno 150 articoli che parlavano di
Benito Mussolini. In quegli anni il regime era già
chiaramente violento e autoritario, ma il tono
degli articoli è neutro se non addirittura positivo.
Nel 1928 il Saturday Evening Post pubblicò a
puntate tutta l’autobiografia di Mussolini.
I giornali spiegarono che i fascisti avevano
salvato l’Italia dagli estremisti di sinistra e
avevano rilanciato l’economia. Il New York
Times scrisse che il fascismo avrebbe fatto
tornare l’Italia, tradizionalmente turbolenta, alla
“normalità”. Il modo in cui la stampa descrisse
Mussolini ebbe un’influenza su come poi
raccontò l’arrivo al potere di Adolf Hitler,
definito nei giornali americani il “Mussolini
tedesco”. Il leader nazista venne dipinto come
una macchietta, che urlava in modo ridicolo frasi
senza senso. “Ricorda Charlie Chaplin”, scrisse
Newsweek. “Sembra una barzelletta”, è
“volubile” e “insicuro”, scrisse Cosmopolitan.
Quando diventò cancelliere, nel 1933, molti
commentatori sostennero che non sarebbe
durato a lungo o che, una volta al potere, avrebbe
assunto toni più moderati. “Hitler ha il sostegno
di elettori impressionabili”, scrisse il
Washington Post. Ora che è al governo
“diventerà evidente all’opinione pubblica
tedesca la sua inconsistenza”. Tranne
poche eccezioni, alla fine degli anni trenta quasi
tutti i giornalisti statunitensi si erano resi conto
del loro errore di valutazione. Dorothy
Thompson, che nel 1928 aveva definito Hitler un
uomo di “sorprendente insignificanza”, nel 1935
ammise che “nessun popolo riconosce un
dittatore in anticipo”, perché “non si presenta
alle elezioni con un programma dittatoriale” e
“si definisce uno strumento della volontà
nazionale”. E aggiunse: “Quando un dittatore
arriverà da noi, di sicuro sarà uno dei nostri, e
starà dalla parte di tutto quello che è
tradizionalmente americano”.
Giovanni De Mauro – Internazionale n.1190 3.febbraio.2017

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Lo sciopero dei ragazzi

Torino, fattorini in lotta: siamo sottopagati, basta cottimo

Per tutto il giorno hanno rallentato il lavoro e nel tardo pomeriggio hanno deciso
di bloccarlo. Torino è rimasta orfana, di sabato sera, di Foodora, il servizio di consegna a
domicilio di pasti caldi cucinati in trattorie e ristoranti della città. I giovani rider rotestano
contro le condizioni impossibili alle quali sarebbero sottoposti e contro la paga a
cottimo, ma anche per esprimere solidarietà ai due ragazzi che sono stati licenziati perché
«sono stati i primi a protestare», spiega Jamy, 22 anni, studente fuori sede di Informatica,
leader della contestazione.
Foodora, azienda tedesca che utilizza una piattaforma web per distribuire gli ordini
di consegna ai fattorini in bicicletta, è attiva a Milano e a Torino, ma «in Lombardia le
condizioni di chi lavora sono diverse», aggiunge Jamy impegnato in un’ultima trattativa
(poi fallita) con uno dei responsabili torinesi della ditta davanti alla stazione ferroviaria
di Porta Nuova. Intorno a loro una cinquantina di rider, ciascuno con caschetto protettivo,
bici e box portavivande.
«Io me ne sono andata — interviene Gloria, 22 anni neolaureata in Lettere e Filosofia —, ho trovato lavoro come giornalista in un sito web, non che si guadagni di più, ma le
prospettive sono diverse. Almeno non rischio di cadere dalla bici, cosa che mi è capitata perché le consegne si fanno anche quando nevica».
Emanuele, 20 anni, studia Economia e Commercio: «Sono alla prima consegna, ma ho
deciso di unirmi alla protesta per solidarietà. Mi è arrivato ora il messaggio, devo ritirare
un pasto e consegnarlo nei prossimi tre minuti. Come faccio? Sono qui a Porta Nuova e
devo correre in corso De Gasperi», una distanza di almeno tre chilometri. «Il tutto per 2
euro e settanta a consegna — interviene Omar, 22 anni, studente di Infermieristica —. Fino a qualche mese fa pagavano 5 euro e 40 all’ora, poi sono passati al cottimo». I fattorini della ditta di sharing economy non sono dipendenti, ma collaboratori:
«La bicicletta la dobbiamo mettere noi — dice Jamy al quale l’azienda ha bloccato le chiamate — e versiamo una cauzione di 50 euro per il casco, il box e la divisa.
Agli ultimi ragazzi che sono stati ingaggiati, il caschetto non è stato consegnato».
Il braccio di ferro tra lavoratori(200 a Torino) sembra non approdare ad alcun accordo e i
più ora cercano altro: «Io faccio questo per vivere e mantenermi gli studi — insiste Jamy
—, lavorando come un pazzo sono arrivato a prendere fino a trecento euro al mese. Non ho
genitori alle spalle, devo pagarmi l’affitto, lo studio e viverci.
Naturalmente non mi bastano». Come non bastano a Gloria: «Cinquecento euro li
ho guadagnati una sola volta, ma ci sono le spese: il telefono, la manutenzione della bici». Dagli uffici milanesi gli amministratori di Foodora,  Gianluca Cocco e Matteo Lentini si dicono disponibili ad «ascoltare i ragazzi. Non collettivamente, ma “face to face”». Spiegano che il pagamento a cottimo offre l’opportunità di maggiori guadagni e sottolineano che Foodora non deve essere interpretato come un lavoro per «sbarcare il lunario», ma come «un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un
piccolo stipendio».

Marco Bardesono – Il Corriere della Sera 9.ottobre.2016

 

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