Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘“Padani”’ Category

veneto-asili-nido-migranti-discriminazione.png

Annunci

Read Full Post »

Cj4REYyWgAQ3V7h

Read Full Post »

CFWpnmWXIAAMLNn

Read Full Post »

Pochi giorni fa un bambino senegalese litiga con una sua compagna di classe. Parte la crociata dei media italiani: “Spintonata perchè portava il crocifisso”. La retorica del mostro non risparmia neanche i bambini, soprattutto se stranieri.

Va garantito l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale, ma lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; (…) va altresì evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione”, Carta di Treviso, norme 2 e 3.

Da un paio di giorni le home page dei principali quotidiani nazionali – Repubblica e Corriere della Sera in primis – mettono in primo piano una notizia: “Bimba aggredita fuori scuola perché portava crocifisso al collo”. Secondo quanto riportato dai solerti giornalisti, la ragazzina sarebbe stata spinta da un compagno di classe, senegalese, per la sua appartenenza religiosa: da qui è partito un fitto lancio d’anatemi contro il bambino e la sua famiglia a cui, ovviamente, ha partecipato anche Matteo Salvini che, su Facebook, ha scritto: “A Terni una ragazzina di 12 anni è stata aggredita da un coetaneo all’uscita della scuola, 20 giorni di prognosi per la bimba.

L’aggressore è un ragazzino africano (non imputabile perché troppo giovane) che da giorni insultava e minacciava la coetanea, perché portava al collo una collanina con il CROCIFISSO. Il ragazzino, e i suoi parenti, vengano rispediti AL LORO PAESE!!! Che bella integrazione”.

La psicosi de “l’immigrato che viene in Italia a delinquere”, dei “miliziani dell’Isis che arrivano con i barconi” e, ultimo ma non meno importante, dello “straniero che ci ruba casa e lavoro”, è ormai totalmente fuori controllo. Nonostante nessuna statistica e ricerca fino a oggi abbiano mai mostrato l’equazione “migrante-criminale”, nonostante si faccia notare che chi arriva con i barconi è chi scappa dall’Isis, nonostante gli stranieri siano i più discriminati e sfruttati sul posto di lavoro e, se arrivano prima in graduatoria per avere la casa (cosa che in realtà accade abbastanza di rado), è solo perché stanno messi molto peggio di altri cittadini, c’è chi ancora parla per falsi luoghi comuni e ritornelli intrisi d’odio. Ma odio verso di chi?

Non verso i palazzinari e i costruttori, che della speculazione edilizia hanno fatto un’arte, non verso i datori di lavoro che vogliono assumere solo persone da sfruttare per i propri profitti – meglio poi se clandestine, così sono anche più ricattabili -, non verso i vari Buzzi e Carminati che, grazie al business dei centri d’accoglienza hanno fatto più soldi sulla pelle dei migranti che con il traffico di droga. No. L’odio è piuttosto indirizzato verso le principali vittime di questo stesso sistema di ricatto e sfruttamento.

È vero che non sempre si possono costringere le persone a ragionare, ma è anche vero che c’è chi ce la sta mettendo davvero tutta per alimentare il clima d’odio nei confronti di chi è più povero, diverso o emarginato. Una fetta consistente di questa responsabilità ce l’ha la classe politica che, da anni ormai, ha capito che le campagne elettorali che funzionano sono quelle che toccano le corde più basse dall’animo umano: e quale miglior soggetto dello spauracchio dei giorni nostri, del migrante, l’uomo nero per eccellenza? Un tempo erano gli “zingari”, poi il pericolo sono diventati gli albanesi e i rumeni, adesso è la volta di africani, arabi e – ormai un’evergreen – dei rom. Da Grillo a Salvini il linguaggio politico odierno è intriso d’odio verso queste persone, capro espiatorio di qualunque male attraversi il paese. Quindi si inscenano giornalmente siparietti che vanno dalla Santanché, che chiede quale sia la nazionalità dei piloti dell’Airbus della German Wings a Salvini, che si sente in dovere d’intervenire in una banale lite tra ragazzini delle medie.

L’episodio dei giorni scorsi, quello del bambino sbattuto in prima pagina perché si era picchiato con una compagna di classe, è stato uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano. “Picchiata perché portava il crocifisso” è stato il titolo di apertura di questi articoli: nessuno si è preoccupato di verificare una fonte più attendibile della bambina e della mamma, nessuno si è preoccupato di sentire anche la versione del bambino ma, cosa ancora più scandalosa, nessuno ha pensato al fatto che una “notizia” del genere non avrebbe proprio dovuto essere data. Una banale lite tra ragazzini fuori da scuola è diventato un caso nazionale grazie al quale adesso, con molta probabilità, la famiglia e il ragazzino si troveranno a vivere una situazione non poco di disagio nella piccola cittadina in si sono inseriti. Lo sciacallaggio mediatico è arrivato a un punto talmente vergognoso da pubblicare le foto del bambino – definito aggressore – mentre gioca a biliardino in parrocchia.

“Sbatti il mostro in prima pagina anche quando non esiste” è il nuovo imperativo della politica e dei media: poi, se l’informazione si rivela errata, non ha nessuna importanza se si sia intanto rovinata la vita di un’altra persona, anche se questa fosse solo un bambino.

È doveroso far notare a queste persone che gli spintoni tra bambini non sono cose che capitano solo ai giorni nostri, da imputare alla presenza di bambini stranieri all’interno delle classi: queste cose succedono dall’alba dei tempi e, se ogni prima pagina sarebbe dovuta essere dedicata a una rissa accaduta fuori dalle scuole medie, i quotidiani avrebbero dovuto avere il triplo delle pagine e parlare solo di quello.

Oggi interessava rovinare la vita di quel bambino perché funzionale sia al clima politico sia alle direttive editoriali di qualche giornale. La banalità di quei due spintoni – dati, si è poi scoperto, perché erano giorni che il bambino era preso in giro perché di colore e non per il crocifisso – non è nemmeno paragonabile alla banalità del male che ha permeato questa vicenda. Perché non è possibile che chi ha gettato benzina su una vicenda del genere, non fosse consapevole delle torture psicologiche cui avrebbero sottoposto un bambino di dodici anni.

di Natascia Grbic – Dinamo Press

Read Full Post »

CEFz-pnWoAA4BNVMAESTRA MANGANELLATA IERI A BOLOGNA DURANTE LE CONTESTAZIONI A RENZI.

SIETE PRONTI A “RIPULIRE”  QUESTO CARI “BENPENSANTI”? COME UNA VETRINA UNA BELLA MACCHINONA O LE SCRITTE SUI MURI…

QUESTO SUCCEDE SEMPRE ED E’ SEMPRE SUCCESSO, MA QUESTO E’  MOLTO LONTANO DAI VOSTRI “PICCOLI PRIVILEGI”,

QUANDO INTELLETTUALIZZATE, PENSATE AI CARI RIVOLTOSI IN TURCHIA, NELLE PIAZZE ARABE, IN CINA, OVUNQUE…

OVUNQUE, MA NON QUI, SIGNORI IPOCRITI

I RIBELLI SONO BELLI NEL PASSATO, NON NEL PRESENTE, I RIBELLI SONO BELLI SE NON TOCCANO LE VOSTRE PROPRIETA’ LE VOSTRE INSIGNIFICANTI RICCHE COSE…

ARRIVERA’ LA BATOSTA COME SEMPRE E ARRIVERA’ ANCHE PER VOI, INCONSAPEVOLI, E RESISTERA’ SOLO CHI HA I SUI PICCOLI E GRANDI PATRIMONI, I SOLDI DI FAMIGLIA…

E’ BENE CAPIRE CHI STA DOVE E CON CHI, ORA,

PasquinoWeb

logopasquino

Read Full Post »

èquesto1èquesto2

Read Full Post »

 1618535_10204399538861767_5887528679999778891_n
RAZZISMO CAPITALE
· L’infiltrazione nera, leghista e mafiosa nelle relazioni quotidiane

«Scimmia, torna nella foresta» Sadismo a via Sannio. E tutti zitti

Èun sabato del mese di marzo, intorno
alle 13.30. Sono, con mio marito,
al mercato di via Sannio, ben noto a
Roma per la vendita di abiti nuovi e usati,
e per essere frequentato da una clientela
molteplice per fasce di età e condizione
sociale.
Mentre percorro con lui una delle corsie
verso l’uscita, una scena inaspettata ci
colpisce come una frusta. Un tipo tarchiato,
dall’aria eccitata, lancia insulti razzisti
contro un giovane di bell’aspetto (di origine
bangladese, poi capiremo), che sta davanti
al banco di abiti maschili nuovi presso
cui lavora: silenzioso, immobile, imbarazzato.
Il tipo – egli stesso venditore, probabilmente
titolare, del banco accanto –
gli urla ripetutamente, in romanesco:
«Scimmia, tornatene nella foresta!».
Un gruppo di uomini gli sta intorno,
come lui a mangiare qualcosa. Alcuni
sghignazzano, uno obietta: «Che stai a
di’? Pure in Bangladesh c’hanno i grattacieli!
». Tutti ridono, divertiti dalla nobile
tenzone. Dei clienti che passano, nessuno
interviene.
Via Sannio-2-3Mi avvicino e grido al tarchiato di smetterla.
Mi risponde, con tono minaccioso,
che è libero di dire e fare ciò che vuole.
Noi due ribattiamo che sta pronunciando
ingiurie razziste, quindi punibili
per legge, e minacciamo di chiamare i vigili
urbani. Lui, per niente intimorito, si
mette a sciorinare quasi l’intero repertorio
di cliché razzisti: «Ce stanno a ruba’
tutto: case, lavoro, donne…»; «Ahó, se
questi nun li cacciamo, i figli nostri hanno
da fà i schiavi loro!».

«Scherzi» così, ogni giorno

Mentre noi gli strilliamo che sta dicendo
«fregnacce» da ignorante, alcuni della sua
cerchia lo giustificano: «È il suo modo di
scherzare. Lo fa ogni giorno…». Mi giro
verso il giovane bangladese, muto e imbarazzato,
incrocio il suo sguardo, mi avvicino.
Lui spezza il silenzio per mormorarmi,
in un italiano quasi impeccabile: «Grazie,
signora, ma lasci stare. Se no, per me
è peggio, dopo».
Ci allontaniamo di poco. Quando ci voltiamo,
il razzista ha quasi finito di mangiare
il suo panino. In modo ostentato spezzetta
ciò che ne è rimasto e lancia i tocchi
contro i piedi della sua vittima, gridandogli:
«Tiè, magna, scimmia!». Il bangladese
non reagisce. Ci dirigiamo verso l’uscita,
voltandoci un paio di volte per gridare di
nuovo allo scalmanato di smetterla. Per
tutta risposta, lui lancia con forza la bottiglia
da cui ha bevuto, piena a metà d’acqua
minerale, contro le gambe della sua
vittima. La quale, pur con i pantaloni bagnati,
resta immobile dinanzi al banco, e
in silenzio.
Mentre usciamo, uno del mercato, seduto
su una sedia al limite tra la corsia e il
marciapiede, ci avverte sottovoce: «Lasciatelo
sta’, quello, è pericoloso. È fascista,
come tutta la sua famiglia».
È l’unico a censurare quel comportamento,
ma si è guardato bene dall’intervenire
in difesa della vittima. Anche lui ci lavora,
in quel mercato. Non potrebbe più se
si schierasse apertamente contro «quello».
Continuare a lavorare lì sarebbe ancor
più impossibile per il giovane bangladese,
se mai osasse ribellarsi. Possiamo immaginare
quale sia la sua vita: un lavoro al nero,
senza alcuna garanzia, al servizio di un
proprietario italiano che esige il massimo;
probabilmente una famiglia da mantenere
in patria; l’umiliazione quotidiana e la
necessità di sopportare quel gioco sadico
senza reagire.
Impotenti ci sentiamo anche noi, che
pure siamo in posizione quanto meno pari
a quella del suo persecutore. Qualunque
cosa facessimo di più efficace, sarebbe
pretesto per una pesante ritorsione nei
suoi confronti.
La scena cui abbiamo assistito deve essere
una sorta di copione perverso che si
ripete ogni giorno, durante la pausa per il
pranzo: quando i clienti son pochi e c’è
un po’ di tempo per svagarsi. È un’esibizione
di sadismo, tanto più eccitante per
il fatto che la vittima, a causa della sua oggettiva
impotenza, è costretta a recitare la
parte del masochista. Tanto più esaltante
per il fatto di avere intorno un coro compiacente
che mostra di divertirsi. Anche
quando uno del coro contraddice il primo
attore –«Pure in Bangladesh c’hanno i
grattacieli!» – è sempre all’interno del copione
prestabilito.
Su piccola scala è una rappresentazione
perfetta della dialettica razzista. Come
nell’antisemitismo più classico, l’altro,
pur se bianco, istruito, gentile, è comunque
l’incarnazione di una minaccia («Ci
rubano tutto: case, lavoro, donne») e di
un complotto («I figli nostri faranno i loro
schiavi»). Proprio perché superiore al locutore
razzista per istruzione e buona educazione,
l’altro deve essere inferiorizzato
come scimmia (che a sua volta è stata svalutata
e degradata).

reato_immigrazione_clandestina_ordinamento_italianoCalderoli e «il nome dell’altro»

La dialettica razzista non è cosa che riguardi
solo il carnefice e la vittima, né solo
il contesto circoscritto del quale ho raccontato.
Nel corso degli anni, il discorso
razzista si è diffuso e legittimato come discorso
pubblico quasi normale, soprattutto
grazie alla pedagogia di massa (l’abbiamo
scritto mille volte), esercitata dalla Lega
Nord.
Il ricorso all’epiteto insultante di scimmia,
ripescato dal repertorio del razzismo
di stampo biologista, ereditato poi dal fascismo,
è stato accreditato anche da locutori
istituzionali, addirittura dal vice-presidente
del Senato, Roberto Calderoli. Nel
corso del 2013, il suo utilizzo ha conosciuto
un’impennata vigorosa grazie alla persecuzione
quotidiana ai danni di Cécile
Kyenge, attuata soprattutto dai leghisti,
Calderoli in testa.
Così che «scimmia» si è banalizzato fino
a diventare il nome dell’altro. Di qualsiasi
provenienza e sembianze egli sia: negli
stadi in tal modo s’insultano calciatori
colombiani, brasiliani, italo-francesi, belga-
marocchini, albanesi, napoletani,
siciliani…
L’episodio di via Sannio, come altri simili,
non attiene solo a pratiche discorsive.
È anche una piccola spia dell’imbarbarimento
della Capitale, della sua decadenza
morale, della profonda infiltrazione nera
e mafiosa che condiziona pure le relazioni
quotidiane. Il razzismo è penetrato
anche tra le classi subalterne, è arrivato
nelle periferie popolari, fomentato da
gruppi di estrema destra, compresi i «fascisti
del Terzo Millennio». Che oggi, protetti,
rafforzati e ringalluzziti dall’alleanza
con la Lega Nord, moltiplicano provocazioni
e raid contro i migranti.
La riluttanza ad ammettere che il razzismo
possa allignare tra le classi popolari è
ben esemplificata dalla frusta formula di
«guerra tra poveri», abusata anche a sinistra,
pure nei casi in cui è evidente che si
tratta, se mai, di guerre contro i più poveri.
Guerre asimmetriche, non solo perché di
solito gli aggressori sono i nazionali, ma anche
perché essi, se pur disagiati, godono
del privilegio della cittadinanza italiana,
che conferisce loro qualche diritto in più.
Nel caso del mercato di via Sannio, il
privilegio, anche quanto a posizione sociale,
incoraggia il sadismo verso una vittima
inerme, la complicità dei sodali del persecutore,
il silenzio e l’inerzia dei testimoni.

Annamaria Rivera – Il Manifesto 12.marzo.2014

razzismoquotidiano

Read Full Post »

Older Posts »