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sfruttiamoUN OPUSCOLO DESTINATO AGLI  INVESTITORI STRANIERI

Venite in Italia, sfruttiamo il lavoro. Lo dice il governo

Un ingegnere italiano

guadagna uno stipendio annuo

medio di 38.500 euro,

mentre in altri Paesi europei

ha uno stipendio medio di

48.500euro. InItalia il rapporto

qualità/costo di profili altamente

specializzati è estremamente

competitivo rispetto

ad altri stati europei».

La notizia, considerata ottima

per le imprese straniere

che vogliono investire in Italia

– un po’ meno per i nostri

lavoratori – arriva da un documento

presentato il 21 settembre

da Renzi e dal ministro

dello sviluppo economico

Calenda, a Milano, come

parte del piano nazionale «Industria

4.0». La brochure è

stata realizzata dall’Ice, agenzia

per la promozione

all’estero delle imprese italiane,

per incoraggiare gli stranieri

a fare investimenti nel

nostro Paese.

Nel documento tra le ragioni

per cui l’Italia sarebbe «il

postoe ilmomento giustoper

investire», oltre al Jobs act, alla

posizione strategica e agli

incentivi per gli investitori, a

pagina 32, alla voce «Capitale

umano», c’è il «basso costo»

dei lavoratori italiani, imeno

pagati tra tutti i paesi europei.

E nella pagina successiva

le cosenonmigliorano: si continua

a spiegare, con tanto di

grafici, come nel 2014 lo stipendio

medio di un lavoratore

italiano sia il più basso, e

quello con incrementominore,

rispetto a Inghilterra, Germania,

Francia,Belgio o Irlanda.

E come la crescita del costo

del lavoro, dal 2012 al

2014, nel nostro paese siaminore

rispetto a quello medio

dell’eurozona.

L’iniziativa governativa sarebbe

passato sotto silenzio,

se Sinistra italiana non avesse

presentato un’interrogazione

al senato. Sottolineando

come sia «vergognoso e

imbarazzante», da parte del

governo, considerare i bassi

stipendi e lo sfruttamento

dei lavoratori italiani un incentivo

per le imprese, piuttosto

che un gravissimo problema

da risolvere.

IRENE MOSSA – Il Manifesto 5.ottobre.2016

sfruttiamo2

 

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pasquino.jpgForse chi vive a Roma è protagonista

inconsapevole di un esperimento collettivo.

Pensavamo di poter parlare dei grandi temi

dello sviluppo di una moderna metropoli

europea, ci ritroviamo a festeggiare lo

svuotamento di un cassonetto sovraccarico di

spazzatura maleodorante rimasta a marcire

sotto il sole estivo. Speravamo di discutere le

linee guida degli investimenti pluriennali

nella cultura, nella scuola, nella

valorizzazione del patrimonio artistico o nella

difusione delle tecnologie, siamo costretti a

fare lo slalom tra le voragini di strade sfasciate

e abbandonate. Avremmo voluto una

stagione di sperimentazione di nuove forme

di partecipazione, di confronti popolari e

appassionati sulla crescita urbanistica, le

dinamiche abitative, l’edilizia sociale, le

politiche di accoglienza, il recupero delle

sacche di emarginazione, il rapporto con il

territorio, l’evoluzione della mobilità con un

occhio al suo impatto sui ritmi di vita, ci

ritroviamo rinchiusi in mezzi di trasporto

malandati, surriscaldati e stracolmi, a inveire

contro chi inveisce contro i rom o i migranti.

Può darsi che sia un trucco per poi farci

apprezzare gli eventuali piccoli

miglioramenti, però non è divertente. Quello

che succede oggi a Roma è una questione

nazionale, riguarda una classe politica che nel

suo complesso e con poche eccezioni ha

smesso da tempo di parlare ai cittadini e si

rivolge solo a se stessa, con l’unico obiettivo

di conquistare o mantenere il potere, usando

l’interpretazione degli umori popolari come

una clava per farsi la guerra. Dei cittadini non

gliene importa nulla, anzi probabilmente li

disprezza. Sono trattati come sudditi, e la

deinizione del dizionario calza bene: un

suddito è un “soggetto che si trova in una

condizione di dipendenza dalla sovranità

dello stato” oppure “chi è sottoposto alla

sovranità dello stato pur non essendone

membro e ne subisce i doveri senza godere

dei diritti propri del cittadino”. C’è da sperare

che i sudditi decidano di ribellarsi, per

diventare – o tornare – cittadini e riscattare la

politica.

Giovanni de Mauro – L’Internazionale n.1170

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